Brevemente su American Dirt, identità e autenticità, gatekeepers nell’editoria e altro

(Dovevo scrivere più spesso quindi facciamo che sono ammesse anche le risposte, se le si vuole articolare meglio che in un twitter thread dell’orrore.)

Grazie Cecilia per il beta-reading!

La vicenda di American Dirt è stata ben riassunta su IlPost, quindi non ci spendo più di qualche riga. Romanzo tra i most anticipated del 2020, narra la storia di una donna che scappa dal Messico col figlioletto per entrare negli Stati Uniti; uscito il 21 gennaio per Flatiron Books (imprint MacMillan), ha scosso la conversazione sui libri online (e offline) perché a fronte di un anticipo a 7 cifre abbiamo un libro pieno di stereotipi, di fraintendimenti ridicoli sulla cultura messicana, di scopiazzature da opere di altri autori, presentato come un’opera volta a “dare un volto ai senza volto” (i migranti). Le buone intenzioni condite da paternalismo non si digeriscono bene. A partire dalla recensione di Myriam Gurba pubblicata su Tropics of Meta a dicembre è nata una discussione accesa e furiosa capitanata da molte voci di autorx chicanx e latinx in generale: perché spingere con tanta forza (selezionato dal book club di Oprah!) una narrazione falsata della realtà dell’immigrazione messicana, quando tanti autorx latinx ne hanno parlato in modo più accurato, senza facili risoluzioni e consolazioni (Messico = male; Stati Uniti = bene)? (*)

Come è stato tradotto nella conversazione più generale: un autore può parlare di una esperienza che non ha vissuto, quando si parla di argomenti come migranti, culture, minoranze varie tra etnie, orientamento e identità sessuale, disabilità?

E così più o meno la narrazione intorno a questo dibattito è arrivata in Italia, portando non pochi puri della letteratura a dichiarare come loro non si fanno imprigionare dai vincoli imposti dal politicamente corretto!, loro vivono per l’arte. Intanto, tutti a darci palmate di mani in faccia perché per quanto essere coscienti e informati di quello che avviene nel discorso non è immediato (e ho capito che ci sono delle lacune e cercherò poi di colmarle in qualche modo), non possiamo discutere di letteratura e di editoria confondendo le due cose e non comprendendo neanche da lontano le dinamiche di potere che le animano. E’ un problema degli Stati Uniti? Ci conviene ascoltare, perché 1. tanto volenti o nolenti si riflette su noi, ormai anche le traduzioni da altre lingue vengono decise a seconda di come si muove il mercato anglofono; 2. la società statunitense ha una composizione e una storia diversa dalla nostra, ma questo non significa che non ci siano elementi comuni da considerare anche quando facciamo noi le cose.

Dunque, fuori dal mondo delle corrispondenze celesti, proviamo ancora a parlare di letteratura ed editoria! (Dopo tutto ‘sto papiello di intro.)

Che succede. Il 4 febbraio Loredana Lipperini pubblica un post che paventa l’ipotesi di una letteratura che non riesce più a districarsi dalla necessità dell’esperienza diretta dell’autore, dell’autobiografismo, dove ogni oggetto deve essere autofiction o memoir, al più lievemente romanzato. Ne parla abbracciando la narrazione che si è fatta di Cummins, la storia di una autrice che ha solo scritto un libro dal punto di vista di una cultura che non è la sua e tutti a darle contro, e a chiederne conto, al punto da far annullare il tour promozionale del libro per minacce (**).

Sebbene il post in sé parli essenzialmente di altro (***) i commenti (anche miei) si sono concentrati sul misreading della storia Cummins e oggi Loredana Lipperini ha pubblicato un nuovo post in cui condivide osservazioni e prova a fare delle domande intorno alla questione di autenticità, identità dell’autore, nel contesto di letteratura a proposito degli oppressi.

Siccome apre al dialogo, sento di poter citare direttamente il post e rispondere, o meglio, aggiungere altre domande.

1. La questione dell’accesso all’industria editoriale. Che certamente è eurocentrica, e altrettanto certamente non si pone il problema di non esserlo. Ma rovesciamo per un momento il tema. Cosa si rischierebbe nel momento in cui la medesima industria si dimostrasse accogliente verso altre identità, verso scrittori non bianchi non per la qualità dei testi ma per una questione di, chiamiamole così, quote? Un assaggio di quel che è avvenuto e avviene nei confronti delle scrittrici italiane ci dovrebbe porre qualche dubbio, o quanto meno a me lo pone: dopo i (pochi) premi letterari ricevuti, i media hanno subito sminuito il valore dei libri premiati parlando di Strega del #metoo o di Campiello rosa. Va bene lo stesso? Sì, va bene lo stesso, visti i chiari di luna. Ma quanto quell’appartenenza viene accolta in vista di una sua ipotetica vendibilità e non per il valore dell’opera?

L’enfasi è mia. Questa è una preoccupazione che vedo molto nei dibattiti sul tema, che però secondo me parte da un assunto instabile: l’assunto per cui al momento i libri da pubblicare vengono scelti in base alla qualità. Che, in linea generale, è una cosa che già sappiamo non vera, ma facciamo ancora un passo indietro:

  1. Cosa intendiamo per qualità dei testi? Quali sono i criteri che la determinano?
  2. Chi ha delineato questi criteri?
  3. Chi valuta i lavori a partire da questi criteri?
  4. Chi è il pubblico dei testi di qualità?

Quando si critica l’editoria statunitense perché troppo bianca (che è un dato), spesso ci si concentra sui personaggi o gli autori, mentre il focus dovrebbe essere su chi seleziona e chi dà l’ok per la pubblicazione. Perché sono loro le persone che stabiliscono cosa è la qualità, quale testo incontra questa definizione, e se questo testo sia autentico, brillante, rappresentante del reale, ecc. E se l’esperienza di queste persone è limitata, e il loro punto di vista pure, anche senza malafede di fondo, chiaramente tutte le decisioni verranno sporcate dal pregiudizio (è sempre la stessa storia, dalla selezione dei curriculum a partire dal genere del candidato in poi).

Allo stesso modo, se questi stessi pregiudizi si riflettono negli occhi dei critici, la qualità di questi libri verrà ribadita.

Di contro, quando questi libri arriveranno nelle mani di chi ha più polso su determinati argomenti, cascheranno le braccia. E non solo per una questione di autenticità stretta, noi non mangiamo così, i nostri quartieri non sono fatti così, eccetera, ma proprio per quegli elementi che svelano determinate sensibilità.

Dobbiamo abbandonare, secondo me, l’idea che l’esperienza umana sia un monolite, e di conseguenza adottare di volta in volta dei punti di vista più parziali, determinati da vincoli che neanche immaginavamo esistessero. Per capire come fare questo, come per la letteratura giapponese abbiamo manuali, dobbiamo avere delle guide anche per chi scrive narrativa statunitense da una posizione differente rispetto al generico giovane uscito dal MFA di eccellenza. Perché sì! Cambia il linguaggio, cambiano le strutture narrative, cambia il modo in cui si esplicita l’interiorità dei personaggi, di come si esprimono tra loro… (****)

Inoltre, come dice pure Adrianaaaa in un commento nel post di cui sopra: non mi preoccuperei troppo di un ribaltamento dell’editoria e una invasione di lavori scelti sulla base dell’identità. Anzi, piuttosto mi preoccuperei di come la letteratura chicana verrà eventualmente trasformata in un trend e da lì mercificata ora che hanno visto che sposta abbastanza voci, come è successo per l’afropolitan qualche anno fa, e più recentemente per i racconti familiari asiatico-americani.

2. Non sono sicurissima che sia giusto parlare di “accesso” alla letteratura. Sono abbastanza vecchia, anche se ancora abbastanza cretina, per rendermi conto che parliamo di “industria” e non di editoria pura, e che dunque nessuna industria è meritocratica e ragiona in base a quello che è potenzialmente vendibile. Eppure, resto (ed ecco la cretineria) ostinatamente legata all’idea di qualità. In altri termini,  non leggo Valeria Luiselli perché è messicana e donna: ma perché è brava. Poco? Forse.

Sulla qualità rimando al discorso di cui sopra, però aggiungo anche una considerazione: come mi arriva tra le mani il libro di Valeria Luiselli? Dove lo trovo in libreria? Che tipo di copertina ha, che differenza c’è con le copertine di un autore della cultura dominante? E magari con Valeria Luiselli il problema non si pone (tra l’altro lei viene considerata italomessicana, e la sua posizione sociale le conferisce una certa dose di privilegio), ma penso per esempio a come è arrivato in italia The Underground Railroad di Colson Whitehead: mentre la copertina americana era sostanzialmente grafica e pop, quella dell’edizione SUR, per quanto elegante, richiamava il genere “ethnic literature”, e questo incide sulla scelta del lettore. Non possiamo mai pensare, secondo me, che entriamo in libreria senza pregiudizi, e soprattutto che non ci formiamo delle idee a partire dalla copertina (ma anche dall’editore, dalla sinossi e via discorrendo). E questo determina poi anche chi consideriamo bravo.

Per il resto, questo macello su American Dirt avviene proprio a valle del grande fallimento dell’associazione Romance Writers of America, e mi viene da pensare all’autrice di colore che è stata bloccata fuori dalla sala della cerimonia per un premio per cui era candidata. O tutti quegli autorx le cui application per far parte del network professionale di RWA sono state rifiutate e non perché i loro lavori non incontravano i criteri richiesti per l’ammissione, ma perché l’orientamento sessuale dei personaggi non seguiva logiche conservative. A come Nora Roberts si è battuta perché il concetto di romance novel non fosse limitato alle storie tra un uomo e una donna. E sì, RWA non è l’industria editoriale di New York, ma come abbiamo visto: 1. l’industria editoriale di New York non fa scelte meno discriminatorie; 2. Chi ha la possibilità di andare a New York, vivere a New York, con le paghe da fame delle posizioni entry level da cui è necessario partire, in ogni caso? [inserire generico articolo sui pitfalls della MFA culture qui]. La parola “accesso”, che sia all’industria editoriale, ma anche alla possibilità di scrivere (o di leggere!) determinati generi, secondo me, è adeguata perché alle volte si parla proprio di dell’accezione concreta di accesso. Tipo, attraverso una porta.

3. Quanto vengo limitata come lettrice dalla questione della disuguaglianza letteraria? Molto. Potrò mai parlare male di un libro su Scampia? Di un romanzo antimafia? Di un libro contro il femminicidio? Ho fra le mani, da ieri, Cattiva, proprio di Myriam Gurba. Lo comincerò stasera. Ma la domanda è: se lo trovo qualitativamente criticabile, a dispetto della storia tremenda di stupro e morte, potrò dirlo? Potrò, eventualmente, trovare più potente 2666, scritto da un uomo, cileno, ma da cui ho imparato moltissimo su Ciudad Juárez?

Qui ci spostiamo su un argomento diverso secondo me, e la domanda non è tanto posso parlarne o no, o posso parlarne in modo negativo o no. Il punto è: come cambia la mia esperienza di lettura nel momento in cui so che quello che leggo è una Storia Vera, Successa Veramente All’Autore? E di contro, come cambia la mia percezione del testo nel momento in cui si svela che in realtà quella Storia Vera vera non è? (ref. la storia di James Frey, autore di A Million Little Pieces, incidentalmente pure lui un piccolo disastro per l’Oprah’s Book Club). E ancora: cosa succede nel momento in cui proprio per attrarre le attenzioni del pubblico per questa presunta veridicità l’editore spinge una narrazione falsa del libro in fase promozionale, come quando Cummins, che nel 2015 si dichiarava bianca, e nella promozione di American Dirt improvvisamente è di origine portoricana, e la storia le sta a cuore perché suo marito è stato un immigrato irregolare, senza dire però che era immigrato dall’Irlanda? E di contro, cosa succede quando piuttosto la Storia è Vera ma l’editore preferisce proteggere l’autrice, come nel caso di My Dark Vanessa? Come sarà diverso leggere il romanzo ora che l’autrice è stata costretta a rivelarsi rispetto a chi ha letto la galley senza saperlo?

(Tutto questo comunque considerando che le recensioni sono per i lettori e non per l’autore. E partendo dall’assunto per cui siamo tutti in buonafede e vogliamo leggere il libro, qualunque sia, con generosità.)

4. A corollario: 2666 non è una confessione. E’ un romanzo straordinario seguito a una straordinaria inchiesta di Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto. E’ un romanzo e dunque mente, pur raccontando una verità. Il che, per me, significa che la letteratura è sempre politica, quando è buona letteratura. Ma sull’autofiction continuo a nutrire i dubbi espressi ieri.

Rincaro la dose dicendo che la letteratura è sempre politica anche quando non è buona letteratura, e soprattutto quando non è intenzionale, e questo frega tutti. Ref. questo post di Foz Meadows che è sempre un classico. Sull’autofiction rimando parzialmente a (***).

Il problema, secondo me, non è che rischiamo di perderci un Bolaño (che tra l’altro, da notare, Bolaño era cileno ma ha vissuto attivamente in Messico, non è che ci ha fatto una vacanza un giorno e ha detto “figata! mo ci scrivo un libro sui loro dolori grandissimi”; aggiungo anche che un cileno che scrive di Messico non ha la stessa valenza di uno statunitense che scrive del Messico e della frontiera, perché la frontiera è tra gli Stati Uniti e il Messico, non tra il Messico e il Cile; i centri di detenzione, le gabbie, sono negli Stati Uniti, ancora; il rapporto di potere è diverso, e per questo 2666 a mio parere non è un esempio ficcante per questa problematica, nonostante il parallelismo Urrea – González Rodríguez: Bolaño non faceva parte, guardando al mondo intero, di una cultura dominante rispetto al Messico.)–

Dicevo, non rischiamo di perderci un Bolaño; se vogliamo più spazio per i libri #ownvoices non vogliamo neanche necessariamente che la letteratura si riduca a autofiction, perché #ownvoices è anche fantasy e fantascienza, avventura, murder mystery, thriller, literary fiction, qualunque varietà di narrativa che presenti anche il punto di vista di una identità diversa dal generico americano bianco middle-class (e, con mio orrore, nel trend corrente, Midwest, la nostra morbosa forma di esotismo). Perché questo punto di vista ci può portare, eventualmente, in territori nuovi; anziché ridurre l’autorialità a una gabbia fatta di Esperienze Vere, abbiamo piuttosto la possibilità di un immaginario più ricco, più vario, senza distinzioni. In questo, sì, si può essere interessati anche a narrazioni sull’attraversamento della frontiera, che sia nei saggi di Luis Alberto Urrea, nel lavoro autobiografico di Gloria E. Anzaldúa, la memoir diretta in Children of the Land di Marcelo Hernandez Castillo, o nelle astrazioni fabulistiche di Yuri Herrera in Segnali che precederanno la fine del mondo, o alla trasposizione fantastica di Diana Gabaldon con Outlander. E una narrazione statunitense bianca middle-class, che sia più vicina al reportage, alla fiction o al thriller, ha pure spazio, se non lo si nega a tutti gli altri. Magari, di nuovo, senza la sindrome da white saviour, che penalizza qualunque storia. Sotto metto dei link interessanti su questo punto.

5.  Il punto più spinoso, eppure non posso tacerlo. Il paradigma della vittima, che fa correre proprio a chi è diseguale non pochi pericoli, letterariamente parlando. Ne scrisse benissimo Daniele Giglioli, in Critica della vittima: dove non nega lo status, intendiamoci, ma lo problematizza. Qui un estratto: non lo liquiderei facilmente.

Su questo, mi riservo la possibilità di parlarne più tardi. Si tratta di una questione troppo estesa e pervasiva per poter esaurire anche solo un pensiero in un trafiletto. Sarebbe interessante, per me, leggere di una vittima stessa che ne discute. Anche Kate Elizabeth Russell, per dire.

A margine, sulla conversazione su Twitter:

Però se leggo il trattamento riservato su Twitter a Stephen King, che l’ha sostenuta, un minimo di sgomento continuo a provarlo.

Penso che abbiamo capito da tempo che Twitter non sia un mezzo ottimale per il dibattito su qualunque tema che sia più complesso del commento second screen alla puntata della serie preferita. Lo abbiamo visto più recentemente con la vicenda di My Dark Vanessa, o qualche mese fa con l’uscita di scena di ContraPoints. La mob mentality non è solo nutrita dal mezzo (vai di tweet and delete, account usa e getta, ecc.), ma viene anche amplificata nella percezione che ne abbiamo dal modo in cui l’algoritmo ci propone i tweet nella timeline. Senza neanche parlare di quanto veniamo influenzati dai bot, volenti o nolenti. Qualunque misura implementata da Twitter per correre ai ripari è inadeguata, non abbastanza. Soprattutto per il tema delle molestie.

Twitter è un mezzo che di base rende ogni nostro intervento un attacco e che infine ci abbrutisce anche.

Allo stesso tempo, è l’unico mezzo che abbiamo per una conversazione di confluenza di punti di vista e di background diversi, al momento. Tocca starci e come per il dibattito su Tumblr al tempo (e su LiveJournal prima!), bisogna dare importanza alle voci, e non agli echi. King d’altra parte è verificato (blue checkmark) e dovrebbe avere più strumenti per difendersi. Male che va, butta fuori un comunicato stampa su qualunque giornale lui voglia. In qualunque caso, he’ll be fine.

Altre voci

Note

(*) la risposta è, ovviamente, che un romance thriller mascherato da letteratura umanitaria venderà di più in qualunque aeroporto, e sarà più rappacificante per un pubblico bianco, benestante, ignaro.

(**) nel comunicato della casa editrice, “safety concerns”. A comprensione di tutti quelli che stavano seguendo il discorso, una locuzione strategicamente scelta dalle PR per far apparire Cummins come vittima anziché come una che fugge dal dialogo con la gente a cui lei voleva “dare un volto”. Naturalmente, a seguito di un incontro ieri, si è scoperto che no, non ci sono state minacce per Cummins, mentre le minacce di morte le stanno ricevendo i suoi critici da quasi due mesi ormai.

(***) Coincidentalmente ho parlato di questi argomenti su questo blog: della gabbia del racconto ombelicale del sé per le giovani autrici donne nel caso della mia avversione per la lettura di Claire-Louise Bennet e, insieme a Cecilia, nella convo su Sally Rooney, dell'”invenzione” della relatability al di fuori del mercato della letteratura per l’infanzia (dove ha un altro significato e pure lì ci arriveremo a un certo punto.)

(****) Penso alla differenza che trovo spesso tra la narrativa anglofona bianca e la narrativa nigeriana (che sia Chimamanda Ngozi Adichie, Helen Oyeyemi, ma anche Nnedi Okorafor o Oyinkan Braithwaite — per inciso, My Sister, the Serial Killer in finale non mi è piaciuto e ne ho anche scritto; non è che uno deve celebrare un libro solo perché per qualche ragione il suo successo o la sua esistenza parla di quanto possiamo essere progressisti): non è che scrivano in un’altra lingua, ma il modo in cui le storie si dipanano, il modo in cui i personaggi parlano, esprimono sé stessi, è diverso, e non possiamo giudicarlo meno solo perché non siamo il pubblico diretto di quel tipo di storia. Vorrei aggiungere una considerazione su come Nnedi Okorafor in particolare sia militante su questo argomento in quello che scrive (e lei è una scrittrice di speculative fiction, e quindi di narrativa commerciale, dove il pubblico è esigente in modi altri), ma rischio di non finire più, quindi intanto consiglio di seguirla su @Nnedi. I suoi libri per me sono hit or miss il più delle volte, ma Lagoon mi è piaciuto molto e c’è un’edizione italiana, Laguna, tradotta da Chiara Reali e edita da Zona42. Ci darei un’occhiata.)

Coda

Non sempre sostituire uno stufato con un piatto di a base di yam significherà vedere un mondo veramente diverso. Alle volte è solo per far colore. Però, lo stesso… anche basta con questo stufato. Ci ha rotto!

STEW (the OMTs are thick and savoury, which translate as “viscous” and “dark brown”) is the staple FOOD in Fantasyland, so be warned. You may shortly be longing passionately for omelette, steak, or baked beans, but none of these will be forthcoming, indoors or out. Stew will be what you are served to eat every single time. Given the disturbed nature of life in this land, where in CAMP you are likely to be attacked without warning (but see BATH), and in an INN prone to be the centre of a TAVERN BRAWL, Stew seems to be an odd choice as staple food, since, on a rough calculation, it takes forty times as long to prepare as steak. But it is clear the inhabitants have not yet discovered fast food. The exact recipe for Stew is of course a Management secret, but it is thought to contain meat of some kind and perhaps even vegetables.
Do not expect a salad on the side.

da The Tough Guide to Fantasyland di Diana Wynne Jones. Non credo nei must-read ma questo è un must-read se siete interessati all’immaginario della narrativa fantasy.

Mi mancavano le liste, eccone una

Sì, ci ho provato a scrivere post seri, ma siccome il tempo è finito e voler fare le cose per bene mi distrugge, torno alle liste, perché preferisco condividere.

  1. Sì, sto cercando di spacchettare i miei tweet sulla questione dei book influencer. Sono tanti, sono sconnessi, sono sia tentativo di conversazione che reazione alle sciocchezze lette in giro. Ce la posso fare. (O no.)
  2. L’ironia di tutta la querelle su American Dirt riportata qui in Italia è che già il 23 gennaio era uscita l’edizione italiana per Feltrinelli (intitolata, giusto per essere pessimi, Il sale della terra) e quasi nessuno se ne è accorto. È pure possibile che Feltrinelli abbia annusato la fregatura e abbia lasciato correre, senza promuovere il libro in alcun modo, ma sono più dell’idea che questa per Feltrinelli sia una pubblicazione tanto per far volume, una di quei libri che escono, fanno il giro delle librerie in terza posizione, vengono resi e nessuno se ne accorge. Ottimo per questo libro (onestamente, mi sembra che il testo abbia ricevuto fin troppa attenzione, considerando il livello), ma voglio dire, Feltrinelli ha pubblicato così dei libri pazzeschi come Morte Improvvisa di Àlvaro Enrigue. Non è una grande cosa in linea generale.
  3. In risposta alla mia reading slump lunga un anno e un pezzo della mia anima, ho iniziato il 2020 con una certa voracità. Non ho macinato molto ma ho macinato vario. Tra questi:
    • Ho cinque quattro letture in corso, e sebbene siano tutti bei libri, la sofferenza reale sta nel non riuscire a leggere Serverless applications with Node.js per due giorni di seguito.
    • In risposta alla questione su American Dirt ho iniziato Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli, e lo sto apprezzando, ma ho grandi dubbi sulla traduzione di Pincio, ho beccato un erroretto che non butta bene. Boh, vediamo.
    • Sto leggendo The Majesties di Tiffany Tsao, freschissimo di stampa no, l’ho finito e l’ho rivalutato molto in realtà.
    • Siccome ho un sacco di cose da dire su quello che sto leggendo, nello specifico, scriverò un post a parte.
  4. Un po’ più tardi rispetto a quanto atteso, è uscito Gli Incendiari di R.O. Kwon per Einaudi, e devo dire che mi attrae più di quello che avrei pensato leggendo ai tempi il blurb inglese. Allo stesso tempo, temo terribile delusione anche qui.
  5. Cecilia, la mia interlocutrice nella conversazione su Normal People di Sally Rooney, ha lanciato una newsletter in cui parla di alcuni libri che ha apprezzato due volte al mese. Per ora è uscito il primo numero. Iscrivetevi.
  6. E a proposito della nostra conversazione su Sally Rooney,

Cecilia ha ragione, questo articolo di Becca Rothfeld davvero riprende molte delle considerazioni fatte da noi, ma declina in modo diverso la mia teoria su Normal People come una storia di vampiri.

Normal People: Twilight ma al post dei vampiri ci sono millennial “di sinistra”?

Definizione perfetta!

  1. Questo mese che viene sarò impegnata a tradurre un paio di giochi per il Larp Club. Il primo, The Last Thing to Die di Susanne Gräslund & Anders Hultman, parla di alcune famiglie di origine ebraica nella Norvegia occupata dai tedeschi durante WWII; il secondo, Winson Green Prison di Rosalind Göthberg and Siri Sandquist, vede le suffragette e le loro famiglie nella lotta per il voto a inizio XX secolo. Il tutto è finalizzato ovviamente a poter far giocare questi giochi, e da quello che ho visto fino a ora del materiale c’è spazio per delle belle esperienze. Incrociamo le dita! (E iscrivetevi al Larp Club della vostra città! è__é)
  2. Ho visto e rivisto un certo numero di horror recentemente. In particolare:
    • La versione director’s cut di Midsommar mi ha fatto piangere un paio di volte, così, tanto per.
    • The Blackcoat’s Daughter di Oz Perkins è stata una sorpresa piacevole nel modo in cui usa l’horror per raccontare una storia così centrata e intimista. Darò una nuova chance al debutto del regista (I Am the Pretty Thing That Lives in the House). Oh, è il nipote di Elsa Schiaparelli, volete mettere?
    • La tragedia del creare aspettative dalle recensioni: speravo di essere orrificata da Lords of Chaos di Jonas Åkerlund, non l’ho finito ancora perché tutto bello ma incendiare un’altra chiesa mo? che scatole. (Niente, già le scene truci sulle persone mi toccano poco, negli horror, figuriamoci sugli edifici. E i simboli.)
    • Mi serve seriamente una fonte di news sull’horror che sia informativa ma che non crei le suddette aspettative. E i magazine specializzati sono troppo troppo attivi. Mi serve una selezione. Non so che fare. Come si entra nell’horror fandom se non sei fan di Stephen King?
  3. Ho ripulito e risistemato il mio feed reader, ma devo riabituarmi a usarlo (per un anno è rimasto per lo più a dormire) e accetto ancora suggerimenti su nuove fonti da aggiungere. Scrivetemi o @me su Twitter.
  4. Su Safarà, un editore che ho spesso nominato su questo blog, avendo edito i libri di autrici che ammiro follemente, come Barbara Comyns e Karin Tidbeck, è stato pubblicato un bel profilo su IlPost. Vi consiglio di leggerlo. Nel frattempo fino al 6 febbraio c’è la possibilità di votare proprio il romanzo Amatka di Tidbeck per Modus Legendi 2020. Se vi piace il weird…
  5. Leggendo questo articolo di B.D. McClay su Joanna Russ, la poetica e la sua vita privata (sempre su suggerimento di Cecilia, ché finché non riprendo col feed reader ho bisogno di spacciatori di storie), mi sono ricordata perché sono rimasta affascinata dall’autrice anche se di suo ho letto un solo libro, e perché vorrei leggerli tutti, e leggere chi ha scritto la critica a Joanna Russ, e discuterli. Che progetto sarebbe.

Chiudo qui perché gennaio è finito. Vedo se riesco a scrivere più spesso, anche in maniera disordinata. Comunque aiuta.

Red Girls di Sakuraba Kazuki, punta di coltello

Disclaimer: ho ricevuto questo libro gratuitamente da Edizioni E/O in cambio di un parere onesto.

Finalmente riesco a buttare giù due righe su questo libro che ho ricevuto già a inizio settembre. E’ stata una lettura lenta e misurata, dati impegni e impicci vari, cosa non sempre compiace i romanzi; eppure con questo mi sono trovata particolarmente bene: ogni volta che lo prendevo in mano, anche, talvolta, a giorni di distanza, mi sovveniva in mente ogni fatto passato e il punto presente di recente abbandono.

Soprattutto, è riuscito a mantenere il momento: i concetti e le situazioni si rafforzavano nel tempo anziché diluirsi, a finire che lo aprivo sull’autobus e cominciavo a leggere, e alla seconda pagina mi venivano gli occhi lucidi perché ero arrivata a un momento particolarmente toccante, o ridevo a crepapelle perché finalmente la lunga costruzione di una situazione più comica trovava la sua realizzazione.

Bontà, datemi tutti libri così ora, ne ho bisogno.

Ma insomma, il libro. Il libro!

Si tratta di un tre generazioni di donne dagli anni ’50 ai primi 2000, in una comunità rurale giapponese che nel dopoguerra si arricchisce con la produzione del ferro e dell’industria collegata a esso.

Il libro si configura chiaramente come una narrazione della storia del Giappone, dal punto di vista economico come culturale, nonché spirituale, attraverso la vita delle tre donne: Manyo, la ragazzina scura e chiaroveggente che viene dalle montagne che tramite matrimonio entra a far parte della ricca e nobile famiglia Akukachiba, proprietaria dell’altoforno in cui si fonde il ferro, e prima ancora è custode delle tecniche della lavorazione dello stesso importate dalla Corea, Kemari, sua figlia, che prima partecipa in prima linea alla cultura delle gang femminili di motocicliste nel Giappone degli anni ’70 e poi si chiude in casa diventando una mangaka di successo, e infine Toko, la figlia di Kemari, una ragazza che ha ereditato tutte le storie di famiglia ma non sa bene cosa fare con la sua sua.

L’autrice nella postfazione spiega come ha pianificato il libro, come lo ha composto per far sì che fosse il più possibile completo, parlante rispetto alla storia di quelle generazioni e del Giappone stesso; in questo senso si tratta in tutto e per tutto di un libro creato a tavolino, suggerito e commissionato dall’editor di Sakuraba Kazuki prima ancora che lei avesse l’idea di scriverlo.

Ed è un ottimo libro. Malgrado — e forse grazie a! — questa artificiosità (se così vogliamo chiamare l’arte).

Possibilmente perché la composizione degli elementi storici e romanzeschi crea la struttura in cui Sakuraba introduce e dà vita alla storia interiore, verità emozionale!, delle generazioni presenti, che portano sulle spalle il fardello protettivo delle memorie di chi è venuto prima. (E sì, grande debito nei confronti de La casa degli spiriti, ovviamente.)

Lo fa con una onestà di rilievo, e con un flusso sottile sottile — là dove invece la composizione è grossolana, palese, a punta di coltello — che quasi scivola tra le mani quando riesci ad afferrarlo.

Ma ci sono delle scene che cantano nella testa, e dei personaggi che nel corso della narrazione, pezzo dopo pezzo, diventano familiari, delle situazioni memorabili: la salita di Manyo giovane sposa verso la mansione degli Akukachiba, contrastata dal vento, il bambino Namida che rischia di essere investito continuamente, Kemari che quindicenne, con un nastro rosso tra i capelli, si lancia con la motocicletta alla conquista del territorio, con un pezzo di tubo in mano come arma. E molte altre: menzione speciale per tutte le scene con Telescopio. È un libro memorabile per le immagini che dipinge.

E naturalmente, questo romanzo è interessato all’immagine e alla rappresentazione della donna giapponese nel corso della storia della seconda metà del Novecento. È interessante come la narrazione racconta del ruolo fondamentale delle donne nell’economia totale — non solo domestica — di una così importante famiglia sul territorio: il modo in cui la suocera di Manyo decide ogni cosa per la famiglia come per il figlio occupandosi principalmente della casa, e come Manyo eredita poi le sue mansioni; come Kemari è schiacciata dalla responsabilità della famiglia, e come Toko, infine, sente di essere un fallimento guardando alle donne che l’hanno preceduta. In una dimensione diversa rispetto agli uomini, meno visibile ma tangibile, alle volte tramite lo sfioramento del magico nella narrazione, le donne della famiglia Akukachiba sono protagoniste dello sviluppo economico e culturale del Giappone tanto quanto i primi.

E mi si apre il cuore a leggere di tali personaggi femminili: le donne di Sakuraba Kazuki possono essere sgraziate, grasse all’inverosimile, bruttine, con gusti pessimi, ma questo non va a danno del loro spirito, né lo potenzia in forma di rivendicazione, ma è parte integrante della loro forza e della loro impronta nella storia.

Per ciascuna di loro sembra che esista un altro mondo che le allontana da quello reale: c’è la paura della perdita passata e futura, e c’è, per varie ragioni, il senso di colpa, nonché tutta una serie di fantasmi sullo sfondo.

Se dalla presentazione può sembrare che una serie di componenti stravaganti siano state inserite tanto per far colore (la sinossi non l’ho amata, presenta il romanzo come quirky / pop, e secondo me questo non fa un favore a tutti i lettori che considerano di intraprendere la lettura), leggendo ogni personaggio prende la sua forma, ed è una forma completa, in forte rilievo, ed ogni nuovo capitolo della storia, e ogni nuova protagonista sono allo stesso tempo riflesso e proseguimento dei precedenti, con grande coerenza.

C’è soprattutto una variazione nella direzione dello sguardo e degli intenti che ho apprezzato molto, il modo in cui le tre protagoniste, loro in particolare e nessun altro, chiudono il cerchio: la prima vede il futuro, la seconda decide attivamente — ma incidentalmente, quasi — di raccontare il presente, e la terza di investigare il passato.

Se da una parte sembra scoraggiante, lo sguardo che si flette, che man mano che il Giappone si rialza dopo la Seconda Guerra Mondiale, dal guardare avanti ci si scoraggia e si inizia a guardare se stessi, e poi indietro; dall’altro vediamo come di generazione in generazione si è sempre più coscienti di quello che si è di come lo si racconta; si decide e si impara a essere attive nel processo della narrazione: non è più vedere per riportare, ma per rappresentare, decidendo cosa e perché, che è il modo in cui si può, effettivamente, cambiare la realtà.

(Il presente è tanto incerto, ma sappiamo pure che quello che abbiamo — lo spirito indomabile! — lo teniamo stretto, e questo ci dice che c’è una speranza per quello che possiamo fare, con i nostri occhi e con le nostre mani.)

Tutto torna a girare

Ed ecco che mentre mi assento—dal mio balconcino sulla scena editoriale ancora prima che dal blog—in questa lunghissima estate, le cose libresche tutto ad un tratto tornano a girare. Mondadori acquista una marea di titoli di speculative fiction, e altri ancora; Feltrinelli resuscita Clarice Lispector dalla sua backlist, Codice edizioni pubblica Carmen Maria Machado, Edizioni SUR scopre autrici latino americane eccellenti come Samanta Schweblin, Edizioni E/O annuncia il nuovo romanzo della Ferrante…

Intanto quest’estate mi sono ricordata di cosa significa leggere con gusto, senza necessità di finire cose in fretta, senza la pretesa di celebrare capolavori-a-tutti-i-costi, e così ho allontanato da me anche l’idea di leggere mediocri literary mainstream di cui tutti parlano solo perché ne parlano o ne hanno parlato e piuttosto buttarmi, a caso, su libri che mi attiravano e basta. Ecco.

(Che poi è una cosa che mi dico sempre di fare, ma poi accantono perché ho comprato troppi libri e soprattutto troppi libri SERI e quei libri SERI vanno letti prima o poi, o no?)

(Scherzi a parte, nulla uccide la lettura come l’aspettativa e la celebrazione che viene dall’esterno per me.)

Così mi sono spontaneamente orientata verso l’horror e ho finalmente letto

Harvest Home di Thomas Tryon

folk horror americano anni ’70, figlio del suo tempo: l’avevo scoperto, incredibilmente (questa è la parte horror?) tramite un articolo de Il Libraio, una intervista a qualche esordiente. Il libro è gradevole, mediamente coinvolgente, scritto in una lingua un po’ antiquata, ed è un horror vero. Lo consiglio se vi piacciono le storie di cittadine sperdute di provincia che seguono antichi rituali pagani, à la Wicker Man e “The Last Feast of Harlequein” di Thomas Ligotti (Ligotti, dobbiamo dirlo, è più moderno e più sofisticato; almeno questo ho colto dal mio breve approccio all’autore).

Mi piacerebbe ora, per continuare sulla scia dell’English Folk Horror, qualcosa di più vicino a The Blood on Satan’s Claw.

The Cipher di Kathe Koja

body horror esistenziale anni ’90, scena underground, pure questo figlio del suo tempo. Il body horror è una cosa che mi affascina e (comprensibilmente) mi ripugna, e il libro di Kathe Koja è strano, nel senso che vive di una certa eredità punk, è tutto brutto e squallido, i protagonisti sono giovani che vivono in una città anonima, frequentano i circoli degli artisti ma non hanno nulla a cui appigliarsi, non veramente. In questo, la scoperta di un buco — un buco senza apparente fondo, che non ha ragione di esistere razionalmente, che trasforma quello con cui viene in contatto — in un ripostiglio del condominio in cui vive il protagonista porta lui e la sua amica Nakota sulla strada della perdizione. Non mi ha fatto paura in sé, ma mi ha portato nell’incubo, nel buio della mente dei protagonisti; insomma una bella storia (per chi ha il fegato per affrontarla).

e soprattutto

Rawblood di Catriona Ward

possibilmente il romanzo più bello letto quest’anno, una storia di fantasmi meravigliosamente costruita, di cui non vi posso dire molto perché mi sembra che tutto sia spoiler, anche i temi, e sì che mi piacerebbe parlare di quello che esce fuori dal romanzo, perché mi sembra più significativo di tanto (nascosto come sempre in un romanzo di genere).

Solo una cosa vi dico: abbiate fede, non è uno YA. Leggetelo. Così ne parliamo.

E questo lo dico perché la quarta di copertina lo fa suonare come uno YA, di quelli girl meets boy con una spolveratina di magico e storie tragiche di famiglia, à la Beatiful Creatures, se qualcuno lo ricorda ancora, e sebbene sia un gusto anche quello… non è lo stesso gusto di Rawblood. Fidatevi.

Fa anche bene coppia con White is for Witching di Helen Oyeyemi, ora che ci penso: entrambi parlano di maledizioni familiari, di legacy, di fardelli, anche se hanno in generale interessi e sviluppi differenti. L’influenza di Sarah Waters su Catriona Ward, tra le altre, è troppo forte perché la narrazione possa diventare frammentata e evanescente come quella di Oyeyemi. Rawblood è uno di quei romanzi da leggere con passione, White is for Witching è sperimentale e un po’ umorale. Son cose diverse accomunate da dimore di famiglia terribili.

(Mi piace molto il gotico contemporaneo. Se avete consigli scrivetemi.)

Prima tuttavia ho detto una bugia, o meglio: quando ho detto che ho rinunciato a leggere mediocri literary e i libri di cui tutti parlano, non volevo dire che non li ho letti. Perché ho letto almeno tre uscite popolari di questa stagione:

My Sister, the Serial Killer di Oyinkan Braithwaite

Campione di vendite in UK nell’ultimo anno. L’ho visto dappertutto nelle librerie inglesi, e la copertina rimane in mente. Poi in longlist per il Man Booker! Per il quale mi sembrava una scelta un po’ “soft”, molti lo hanno definito uno YA Crime / Thriller (il vero YA nella longlist era un altro, ne parlo dopo). L’ho letto perché mi sembrava una lettura molto veloce — capitoli brevissimi, scrittura immediata — e così in effetti è stato.

L’avrò forse sottovalutato? Sebbene abbia colto molti dei temi per cui è stato celebrato, non mi è sembrato così dirompente per molti versi — in particolare l’uso sapiente dei social media nella narrazione, che sì era fluido e sensato, ma davvero non una storia nuova, non per la generazione di Youtube — e in finale mi sembra che sia stato un po’ sprecato: la presa di coscienza della protagonista, possibilmente narratore inaffidabile, rispetto il rapporto che la lega alla sorella, il modo anche in cui la tradizione la porta a essere la sua protettrice, si risolve un po’ in un niente.

Non so, da una parte vorrei parlarne, anche per discutere il modo in cui il pubblico reagisce nel venire giusto infarinato nella cultura di Lagos, un po’ modalità turistica, per dare quel pizzico di etnico che tira. Dall’altra: potrei dimenticarmene nel giro di altre due settimane.

Wilder Girls di Rory Power

da parecchio tempo non leggevo uno YA, e men che meno uno YA dei più attesi dell’anno, ma l’interesse per questa storia — una boarding school per ragazze su un’isola, una epidemia che trasforma i corpi delle ragazze o le uccide, quarantena, body horror e natura pericolosa — mi ha conquistato. Si è detto molto di questo libro, soprattutto per questioni di inclusività, lesbian horror feminist climate fiction: un sacco di roba.

Per quanto mi riguarda, così così: se da una parte c’è una grande cura nel setup, la scuola dopo la quarantena, i rapporti tra le ragazze e le insegnanti sopravvissute, il problema della scarsità delle risorse, la necessità di proteggersi, l’imbracciare i fucili e il fare turni di guardia, il rapporto con l’epidemia e il modo in cui tocca le ragazze, sia nel corpo che nello spirito… dall’altra parte mi sembra che una volta che la storia parte, viene tutto un po’ accantonato, e si torna nei binari soliti della narrativa commerciale YA, con eroine che fanno cose stupide, soluzioni complottiste e via discorrendo. I personaggi, inoltre, sono assai fiacchi, e questo debilita molto il romanzo, che di suo vorrebbe essere la versione YA, mondata, e dal punto di vista di chi rimane nella Zona, d Annihilation di Jeff VanderMeer.

Infine… l’incredibile

I testamenti di Margaret Atwood

all’inizio dell’anno ho letto The Penelopiad, e l’ho trovato un romanzo scritto a metà, molto superficiale, poco memorabile in tutto. Non mi ha sorpreso: sebbene abbia apprezzato diversi libri della Atwood, so che spesso, soprattutto di recente, i suoi discorsi finiscono per essere molto semplici e mancare di nuance. (No, non supporto la Atwood per il Nobel per la Letteratura, anche se la voglio a tutti i festival.)

Quando è stato annunciato il “seguito” de Il racconto dell’ancella ero piuttosto scettica: la serie tv (che non seguo) è molto popolare e con la popolarità della serie tv è arrivata la popolarità universale della Atwood; questo sembrava solo il momento giusto per piazzare un libro inutile, e farne vendere tante copie. Poi però The Testaments, con tutto il mistero che l’accompagnava, è arrivato prima nella longlist e poi nella shortlist del Man Booker. Ho letto le prime pagine pubblicate sotto la data di pubblicazione, ho letto una delle prima recensioni uscite finito l’embargo: quella di Jia Tolentino sul New Yorker.

Il focus su personaggi per un verso o per un altro complici nel regime era intrigante, per me, e avevo bisogno di un libro lineare, immediato nella lettura e nella resa. Ho iniziato a leggere I testamenti (nella traduzione italiana, nondimeno!). E…

E niente, è un libro incredibilmente consolatorio, che prende tutte le strade più facili, a livello di intreccio come a livello di temi. Un power fantasy. Non esplora veramente la complicità, il collaborazionismo con il regime di Gilead, con nessun regime: ci sono elementi presi dalla storia di tante dittature dell’ultimo secolo, ma la storia delle protagoniste è la storia di chi ce la fa per grazia divina, per decisione autoriale, per cui tutti i nemici sono più stupidi, tutte le azioni hanno esito positivo, c’è sempre un’arma segreta alla portata del buono di turno. E alla fine di tutto, riesce anche a indebolire la chiusura de Il racconto dell’ancella.

L’unica cosa che davvero, secondo me, il romanzo rende, e solo all’inizio, è la paura. Nella storia di Lydia (Documento olografo di Ardua Hall), la caduta della democrazia per mano dei Figli di Giacobbe e nella creazione di Gilead si avverte la facilità con cui si può perdere tutto, nel giro di pochi giorni. Di come l’avanzamento di movimenti sotterranei, nel governo come al di fuori, non sono cose da prendere sottogamba. Per questo vale la pena di leggere questo libro?

Forse. Alla fine, per sua natura, è un libro che per quanto infelice nella struttura, nella scrittura (è veramente tirato via, in alcune parti), nei personaggi, può comunque dare qualcosa a chi manca completamente una infarinatura sul tema. E può essere meno traumatizzante di altri libri che Atwood ha scritto in tempi migliori, quando non si curava del fanservice e di compiacere i lettori. Un accesso più semplice, alla portata di tutti. Serve anche questo.

Pensavo di fare delle liste e poi mi sono allungata. Va bene. Tutto è tornato a girare, abbiamo grandiosi successi di vendite, un Booker pieno di grandi nomi, nuovi eroi e idoli, e poi (si spera) tante piccole sorprese nascoste, cose care e piene di meraviglia. Cose che vi auguro.

Normal People di Sally Rooney, una discussione tra Livia e Cecilia

Copertina dell’edizione Faber & Faber di Normal People di Sally Rooney

Leggere Normal People di Sally Rooney non era una priorità per me, ma alla fine, per strade traverse, mi è toccato. Proprio per continuare il discorso già menzionato nel post su Claire-Louise Bennett, ho deciso di parlarne, ma usando una forma diversa, quella della conversazione, poiché per questo libro più che per altri ho trovato fondamentale lo scambio di opinioni con Cecilia Manfredi (potete leggere le cose che ha scritto qui e qui), con la quale spesso discorro di letture attese, in corso o finite. Generalmente i mezzi che usiamo ci portano a discussioni più serrate e vivaci, spesso sovrapposte e piene di interconnessioni — la famosa comunicazione delle chat dei millennial — ma per rendere la cosa più comprensibile anche a chi legge da fuori abbiamo provato a sviluppare i vari punti con interventi più distesi (e molto più lunghi, nel mio caso). Enjoy.

Nota importante
Dovrebbe essere scontato, ma: da qui in poi
ci sono spoiler per Normal People (ma non per Conversations with Friends). Inevitabile poiché cerchiamo di approfondire quanto possiamo il modo in cui il libro sviluppa temi, personaggi e storia. Il libro è venduto come narrativa letteraria; si assume che lo spoiler non sia cosa dannosa per una futura lettura. Tuttavia… siete avvertiti.

Livia: Cecilia, grazie per aver accettato l’invito a questa conversazione su Normal People. Mi fa piacere parlarne con te perché pur avendo gusti letterari sostanzialmente differenti da un po’ di anni ormai abbiamo un discorso in attivo riguardo i trend letterari, le giovani autrici e tutto quello che gira loro attorno, oltre che naturalmente riguardo il contenuto dei libri prodotto di queste scene. Cominciamo. Come sei arrivata a leggere questo libro?

Cecilia: Non c’è di che! Leggo molti libri in inglese, dunque avevo cercato di leggere Conversations with Friends ai tempi della sua pubblicazione, nel 2017, colpita dall’accoglienza trionfale che aveva ricevuto; io mi ero trovata ad abbandonarlo per noia, e, sebbene le lodi sperticate mi sembrassero esagerate, in generale non ne conservavo un brutto ricordo. Ero piuttosto perplessa dalla notizia abbastanza imprevista della pubblicazione di Normal People (per come funzionano i meccanismi editoriali a livello di tempi) e ancora una volta l’accoglienza è stata così positiva — anzi, più positiva, se possibile, di quella riservata a CWF — che la mia curiosità ha avuto di nuovo la meglio. Per te come è stato?

Livia: Sai che da qualche anno ormai ho sviluppato una forma di intolleranza nei confronti degli autori prodotti dai programmi MFA, e questo mi ha portato sempre di più a tenermi lontana dal coverage degli esordi letterari (MFA più spesso che mai). In effetti non sapevo molto di Sally Rooney fino a quando Einaudi editore non ha cominciato a floodare la mia timeline di Twitter con informazioni su Parlarne con amici (titolo dell’edizione italiana di Conversations With Friends), e mi pare che da lì sia uscito che tu avevi già dato (forse anche già con Normal People?). Mi fido spesso dei tuoi pareri, per cui considerando anche il bassissimo interesse nei confronti della storia ho tirato dritta senza pensarci più. Poi cosa è successo, però: da una parte ho avuto una serie di esperienze piuttosto deludenti con tutta una serie di libri scritti da giovani autrici, cosa che già mi ha portato a un rant; dall’altra parte però mi sono unita a un gruppo di lettura che aveva interesse per questo libro tanto chiacchierato, e sebbene all’inizio io mi sia espressa piuttosto negativamente sulla scelta di lettura, infine ho deciso di abbracciarla, con generosità nei confronti del testo — di principio mi rifiuto di iniziare a leggere un libro carica dell’idea che finirò per odiarlo, mi scoraggia proprio dal provarci — e quindi eccomi, nonostante… beh. Se non altro, ora possiamo confrontarci sul libro, cosa che a prescindere dall’esito della lettura avrei voluto fare.

Ma insomma, come è andata a te con Normal People? Come l’hai affrontata e come ne sei uscita?

Cecilia: L’ho approcciato con una vena polemica riassumibile in “dài, Sally Rooney, sorprendimi!”, quindi in maniera non neutrale, ma nemmeno schierata verso la lode o verso il takedown maligno. Normal People mi è sembrato una prova discreta per essere il secondo romanzo di una scrittrice nata nel 1991. Ciò che mi ha sorpreso di più e che trovo un po’ allarmante è vedere come, a fronte di un libro accettabile ma di certo non perfetto, le recensioni professionali restassero completamente e ardentemente positive, senza sfumature critiche (la più negativa che ho letto finora è quella equanime di Lauren Oyler uscita per Bookforum, la quale però di base sembra aver apprezzato il libro). L’altra cosa che mi ha sorpreso è l’insistenza sul marxismo di Sally Rooney — la quale, in effetti, dichiara spesso di interpretare il mondo attraverso quella lente — e sul modo in cui si rispecchierebbe nel suo lavoro. Tu cosa ne hai pensato? Ritieni che Normal People porti avanti un discorso quantomeno progressista? A me è parso che abbia un’impostazione abbastanza conservatrice, per contro.

Livia: Anche io l’ho trovato un romanzo reazionario, anche come risultato di una certa ingenuità di fondo intorno allo sviluppo della storia: sebbene Rooney riesca a gestire con una certa abilità alcuni aspetti della scrittura dei caratteri e delle situazioni delle persone giovani, infatti, io l’ho trovato abbastanza carente a livello tecnico, soprattutto relativamente a un punto che invece sembra impressionare molto lettori e critici: il focus sulla tensione nei dialoghi e nelle azioni generata dalle classi sociali di appartenenza dei due protagonisti (Marianne viene dall’alta borghesia, da quel che si capisce; Connell è il figlio della sua donna di servizio e fa parte della classe lavoratrice).

logo del podcast Radiolab
Il podcast Radiolab ha un episodio eccellente sul dibattito: ve lo consiglio!

Ecco, io su questo accento mi trovo davvero perplessa: sebbene l’apertura del romanzo chiarisca molto bene la distanza tra i due personaggi, quello che succede poi è che ogni dialogo e ogni azione vengono preceduti o seguiti da un nuovo cenno alla condizione della classe sociale del personaggio di turno. Non è raro che la classe sociale dei personaggi venga ribadita anche un paio di volte per pagina, nel momento in cui si crea questa tensione, cosa che a me personalmente non fa pensare a una scrittura di livello, anzi. Forse è una forma stilistica richiesta nel dibattito (Rooney si è classificata migliore dibattitrice all’European University Debating Championships del 2013), ma per quanto riguarda la narrativa io questa la trovo una mancanza di fiducia nei confronti del lettore: praticamente lo stai imboccando a ogni passo con le tue intenzioni. E questa è una delle cose che mi ha fatto storcere il naso.

Il problema di fondo, però, è che questo toglie anche al romanzo la possibilità di realizzarsi, poiché nel momento in cui la classe sociale viene messa in conto esplicitamente per ogni singola azione, il confronto che avviene verso la fine del romanzo tra Marianne e Connell sulle classi sociali, sul fatto che forse è proprio questo ad averli tenuti lontani, più che telefonato risulta quasi ridicolo nella sua inutilità. Lo sappiamo, lo abbiamo già letto decine e decine di volte nelle pagine precedenti, cosa altro c’è da aggiungere? E in effetti non c’è neanche risoluzione, alla fine, non tanto intenzionalmente ma perché un paio di deus ex machina annullano essenzialmente il conflitto. Si tratta della storia della relazione tra due personaggi divisi dalla classe sociale, ma alla fine — come dici tu — la risoluzione è una risoluzione conservatrice: c’è una forma di riconciliazione tra le classi sociali, il confronto non è reale, e tanto poi alla fine Connell va a fare un MFA alla NYU, quindi classe lavoratrice addio.

In un certo senso, è quello che si avrebbe da un tradizionale romanzo di genere, di tipo romance o nello specifico un contemporary YA. Le svolte finali sono proprie in effetti dei meccanismi delle rom-com, con lei che cede di un pezzetto (lascia la famiglia, si mette a lavorare) e lui che sale di un pezzetto (accetta la nuova “pelle” di editor di magazine letterari, dove sembra sentirsi pesce fuor d’acqua come prima) e quindi finalmente possono stare insieme. La mobilità sociale in effetti non sembra che una questione scontata per Rooney.

ps. non trovo Lauren Myracle particolarmente brillante, ma sicuramente la sua è stata una sperimentazione assai rilevante al tempo (2004!).
ttyl di Lauren Myracle, uno YA del 2004, è un libro scritto interamente in conversazioni su instant messaging

Mi sto chiedendo in effetti se non mi sia persa qualcosa, di dove sia l’elemento letterario al di fuori del gimmick dei dialoghi non virgolettati e dei salti temporali (tutte cose che, c’è da dire, gli YA tra gli anni ‘90 e gli anni 2000 hanno fatto abbondantemente, nei limiti dei contenuti che potevano trattare). Tu vuoi raccontare cosa pensi nello specifico del rapporto tra il romanzo e l’intenzione marxista, e eventualmente del suo rapporto con gli altri generi letterari?

Cecilia: Chiarisco subito che una soddisfacente lettura marxista di un’opera d’arte, per me, non deve per forza derivare dalla rappresentazione di un contesto marginale o poverissimo (1. non tutti i romanzi devono essere Fontamara; 2. un critico marxista come Lukács ha dedicato la sua vita a studiare l’opera del grande scrittore borghese Thomas Mann), ma allo stesso tempo non può prescindere da una descrizione incisiva e precisa del contesto sociale, qualunque esso sia. Rooney ha affermato di non essere sicura di come conciliare l’analisi marxista con la scrittura di un romanzo: questa sua insicurezza e mancanza di esperienza sono palesi. Né ci sarebbe nulla di male, se i recensori e il mondo letterario in generale non fossero impegnati a dipingerla come la seconda venuta di Gramsci con l’abilità letteraria di George Eliot.

Problematiche dell’industria editoriale moderna e della MFA culture: ne ha parlato anche Jessa Crispin recentemente nel suo podcast

La conclusione del libro, in cui Connell decide di andare a frequentare un MFA in scrittura creativa a New York — conclusione che avrei trovato perfetta in una satira, ma Normal People non cerca mai di mettere in ridicolo i suoi due protagonisti — mi è sembrato quasi un tradimento dei presupposti del romanzo stesso, perché Rooney aveva descritto diversi capitoli prima come Connell arrivasse a capire il modo in cui la cultura diventa una sorta di mercato regolato da leggi non così diverse da quelle dei mercati più tradizionali: perché fargli compiere una scelta così antitetica a quell’epifania che lui stesso aveva avuto? Non è un mistero per nessuno che gli MFA in scrittura creativa — come molte delle nostre scuole di scrittura, per quanto si tratti di contesti non identici — siano nella maggioranza dei casi più che altro un modo per fare networking e trovare raccomandazioni così da giungere alla pubblicazione.

Le contraddizioni nel pensiero di Sally Rooney però si erano esplicitate ben prima della fine, vale a dire nella costruzione dei personaggi.

Per quanto riguarda Connell, è possibile che, a livello di tecnica narrativa, Rooney abbia scelto di non dargli un padre per sottolineare l’influenza della lad culture anche su un ragazzo fondamentalmente “buono” e allevato da una simpatica madre single che cerca di instillargli un minimo di senso morale; tuttavia il mistero riguardo il padre di Connell (di cui non si conosce nemmeno l’identità) mi è sembrato inutile e macchinoso, tanto che a tratti pensavo che ci sarebbe stato rivelato che il padre faceva parte dell’IRA. Ho trovato efficace e abbastanza nitida la sua situazione nella sezione ambientata al liceo, per esempio le frasi accondiscendenti dei suoi amici riguardo il suo rapporto con Marianne (“tua madre le pulisce casa, no?”). Una volta arrivato all’università, però, questa efficacia si diluisce fino a perdersi quasi del tutto una volta che Connell vince una sostanziosa borsa di studio, sebbene Rooney sottolinei l’importanza di questo aiuto economico per lui. Ovviamente la scelta di raccontare solo certe scene del rapporto sentimentale tra Marianne e Connell rende complicato inserire descrizioni della sua vita quotidiana e Rooney cerca di metterci, come può, una pezza (vedi il riferimento al fatto che, se conosci la gente giusta, c’è sempre un lavoretto di poco sforzo per arrotondare), ma ci riesce fino a un certo punto. Non ho potuto fare a meno di contrastare Normal People con un romanzo di genere come Broken Harbour di Tana French, che offre una rappresentazione più stratificata dell’Irlanda post-boom.

Copertina di Broken Harbor di Tana French,
acclamata giallista irlandese

Per quanto riguarda Marianne: se ha senso che sia emarginata durante gli anni di liceo a Carricklea (è la figlia di avvocati in un contesto provinciale, vive nella grande casa fuori città, la sua personalità non è accomodante), ho invece trovato molto velleitario, invece, che la figlia di avvocati di campagna — Carricklea è basata sulla Castlebar natale di Sally Rooney, cittadina di dodicimila abitanti abbastanza distante da Dublino — sembri venire accolta dagli strati sociali più elevati degli studenti di Trinity: traslando la situazione in Italia, la figlia di avvocati di Urbino diventa una Nessuno quando è una studentessa del primo anno a La Sapienza, non importa quanto sia intelligente, benestante e carina. In più, Rooney sembra aver concepito questo personaggio basandosi su idee molto stereotipate riguardo l’esperienza della violenza domestica e della sessualità BDSM: entrambi gli aspetti sono trattati in maniera così semplicistica da risultare inconsapevolmente bigotti invece che frutto di cura e ricerca. Mi ha sorpreso, poi, che la fine dell’arco narrativo di Marianne si risolva nel dire che aspetterà Connell mentre lui andrà a New York.
Ma forse è questo che noi pubblico vogliamo leggere, Livia, qualcosa di consolatorio e poco problematizzato?

Livia: È un discorso assai complesso questo, spero di riuscire a dire la mia in modo lineare e organico.

Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi con me sfondi una porta aperta: leggevo il libro piuttosto allegramente fino a quando Marianne non ha rivelato a Connell che il padre, quando era vivo, la picchiava. Questo è stato per me un segnale di allarme, perché dalla situazione tutto sommato credibile della sua emarginazione a scuola siamo passati a un cenno di quegli elementi sensazionalistici che alcuni autori inesperti usano per dare una idea di profondità alle proprie storie. Da lì in poi per me è iniziata una corsa sfrenata e incontrollabile in discesa: il personaggio di Marianne è presto diventato lo stereotipo della ragazza ricca e tormentata, e mentre cercavo di trovare una salvezza, un qualche appiglio di complessità nella caratterizzazione, ne sono piovute sempre di peggio: la sua attrazione per la sottomissione violenta durante i rapporti sessuali, l’attrazione per ragazzi non solo brutali ma di ideologia apertamente fascista, i disordini alimentari, le reclusioni, e nella famiglia con la madre anaffettiva e il fratello violento come il padre. Tutta la violenza inoltre è sempre, per lo più, fuori scena.

Ho iniziato a chiedermi: ma questo romanzo cerca davvero di raccontare una storia, con personaggi realistici o quantomeno rappresentativi della generazione corrente, o vuole parlare di quello che vuole parlare usandoli come simboli? Nell’uno o nell’altro caso l’uso di questo stereotipo abbozzato tra tormento e disturbo mentale sarebbe stato terribile comunque, ma forse nel secondo sarei riuscita a comprenderlo di più. E questo non perché non siano situazioni credibili — per esempio penso che l’idea che il figlio di un abuser diventi a sua volta un abuser sia supportata dagli studi del settore — ma perché sono trattati come ancore per una narrazione ondivaga, possibilmente senza direzione, per trattenere il lettore sulla storia: una scrittura manipolativa, essenzialmente. E Marianne in questo non ha spazio di crescere come personaggio, perché è sempre poco più che abbozzata, c’è un po’ l’interesse per il mondo, un po’ il fascino per le personalità del momento, la cosa si ferma lì. Mi è venuto da pensare: accidenti, addirittura Babi in Tre Metri Sopra il Cielo era un tipo più definito, qui andiamo davvero poco più in là della protagonista della canzone La guerra è finita dei Baustelle (si mise insieme ad un nazista / conosciuto in una rissa; che citazioni, Cecilia, che citazioni!).

Nello stesso contesto si inserisce, secondo me, la depressione di Connell sul finire del libro. L’evento scatenante è il funerale di un amico del liceo (non citavo a caso Tre Metri Sopra Il Cielo).

Uno dei più grandi flop e la fine definitiva della golden age dei musical a Hollywood

Sì beh mo non vi aspettate che metto la copertina di 3msc
Là fuori / c’è un mondo al di là di Yonkers / Barnaby, cantava Michael Crawford in Hello, Dolly!, un musical in cui lo stacco tra la cultura della provincia e quella di città è reale ma non problematico

Se l’iniziale confronto con la malattia non solo è credibile ma offre anche una sorta di commentario sociale sul modo in cui millennial e disturbi psichici vanno a braccetto — la prontezza dell’infermeria dell’università a fargli compilare il Beck Depression Inventory, l’assegnazione di una counselor grigia e completamente anonima — è lo sviluppo successivo che lascia a desiderare. Possiamo discutere di come la depressione di Connell sia stata scatenata dalla presa di coscienza di una scena sociale, quella della lad culture, che l’ha formato e deformato, al punto da stringerlo tanto in quell’atteggiamento di calmo distacco da portarlo a una invisibile sofferenza, di come possa essere stata presente, latente anche prima (come succede), o di come in effetti parte di questa depressione sia anche frutto della spossatezza dovuta al lavoro di compensazione che Connell fa per essere all’altezza, al di fuori della sua cittadina, di conquistarsi un posto nel mondo pur non avendo gli strumenti a causa della sua classe, ma mentre noi ci pensiamo, stacco, passa un capitolo e la depressione non è più neanche vagamente un problema: l’avevano diagnosticata come grave, ma con psicofarmaci e counselor rientra tutto, Connell a breve è pronto a sfondare nel mondo letterario, pronto a partire per New York per un MFA, pronto ad amare Marianne come se il suo problema di distacco emotivo non fosse mai esistito. Marianne ugualmente non affronta mai i suoi problemi psichici, e la questione della violenza che richiede durante i rapporti sessuali viene un po’ spazzata sotto il tappeto. Il punto non è la necessità di risoluzione — d’altra parte chiudiamo che i ragazzi sono poco più che ventenni — quanto un riconoscimento di quello che c’è dentro da parte del testo.

E questo mi sembra uno dei segni maggiori dell’immaturità di Sally Rooney come autrice: lei non fa mai nomi, non parla mai di cose specifiche. Siamo sicuri che parliamo di BDSM, per esempio? No, ma lei butta là la questione tirando fuori la parola submissive e un po’ di bondage. Marianne a un certo punto soffre di un disturbo alimentare? Boh, insomma, non è tanto chiaro. Ogni volta, per ogni argomento, Rooney lancia il sasso, poi non sa che fare e nasconde la mano.

Qualcuno dirà che il libro è così intenzionalmente: non entra nel dettaglio perché il romanzo è un insieme di frammenti e vediamo solo quello che Connell o Marianne vedono o sentono in quel momento.

Questo ragionamento tuttavia tende a deresponsabilizzare l’autore dalla creazione della storia. Il fatto che la storia venga raccontata “proprio come è accaduta” non toglie che sia stato l’autore a decidere come è accaduta la storia, e cosa mettere dentro e cosa tenere fuori. Che lo faccia consciamente o inconsciamente, questa rimane una caratteristica innegabile del romanzo, per quanto “frammentario” come questo.

La scelta del focus sulla storia della coppia è chiaro, per esempio, e se è accettabile che intorno ai due i personaggi secondari abbiano poco più che un archetipo a segnarli (il fratello violento, la madre anaffettiva, il fidanzato fascista numero 1, la lesbica assennata), io penso che un romanziere non abbia scuse per non entrare nella psiche dei due protagonisti: non vogliamo la spiegazione, ovviamente, ma vogliamo specificità, nuance, una ragione per cui i protagonisti non sono solo stereotipi messi in scena, ma personaggi veri da un punto di vista di verità emozionale (come direbbe Chimamanda Ngozi Adichie).

Inoltre c’è una strana disparità nelle storie dei protagonisti, guardandole dalla prospettiva delle classi sociali a cui questi appartengono. Infatti, se l’afflizione di Connell può in effetti essere ricondotta a una stortura della società — la sua depressione è sistemica, dipende strettamente dal contesto sociale in cui è stato cresciuto, ed è effettivamente un tema che si può discutere come problema di questa generazione —, l’afflizione di Marianne, di contro, è un problema individuale. Questo a meno che Sally Rooney non voglia sostenere che la violenza domestica, anche nella dinamica espressa da Marianne e la sua famiglia, sia un problema sistemico della classe sociale di cui Marianne fa parte. Sarebbe più appropriato parlare allora di problemi sistemici a livello di genere, e in effetti Rooney ne fa cenno in un’intervista su Esquire; mi piacerebbe tuttavia vedere un discorso un poco più interessante e, diciamo, più completo, in questo senso, nel 2019, anche per gli autori che si ispirano ai classici ottocenteschi.

Magari il punto è solo una possibile spiegazione del titolo del libro, Normal People: Marianne vuole essere come la gente normale, ma il punto è che tutti i caratteri del libro, con i loro problemi, le loro situazioni, sono gente normale, e proprio perché non sono definiti noi ci rivediamo in loro.

Ah, la “relatability“, l’identificazione nei personaggi, l’arma finale di ogni discussione sul romanzo di successo: loro sono noi, noi siamo loro, dunque è letteratura. Eppure noi ci identifichiamo anche in personaggi ben più definiti — dal contesto sociale, dal periodo storico, dalle azioni e dalle relazioni — nella letteratura. E se leggiamo e non ci identifichiamo, invece, non sentiamo che i personaggi siano “relatable“, allora cosa rimane, se il libro si basa solo su quello, e quello che non è “relatable” non è osservabile? Di di cosa parliamo?

Ho detto come per me Normal People sia vicino al genere romance e nel particolare allo YA romance di ambientazione contemporanea. Normal People naturalmente non può essere pubblicato come YA, oggi, perché questa fetta di mercato editoriale, nel tempo, soprattutto grazie all’editoria statunitense, è diventata sempre più strutturata e codificata (si comincia coi protagonisti che hanno sedici anni; siccome i protagonisti a un certo punto non potevano più superare i diciotto, si sono inventati il New Adult, che riprende il genere per avere ambientazioni al college; la stretta non viene solo da parte dei gatekeeper: Rachel Hartman, autrice del fantasy Seraphina, è stata accusata dai suoi stessi lettori per aver proposto il poliamore come un modello di relazione possibile in uno dei suoi libri, ecc.).

La connessione che faccio non vuole sminuire il libro: nello YA come nel romance esistono autori in grado di alzare sempre l’asticella, di fare discorsi profondamente letterari. Tuttavia, in questo senso Normal People riprende però le caratteristiche peggiori dello YA: a valle di una storia fittissima di autori che fanno della cura e della ricerca per la storia e per i personaggi, e della specificità delle loro storie, nello spazio e nel tempo, un merito e un vanto, anche quando escono fuori dal tracciato del realismo (Laurie Halse Anderson, John Green, Katherine Paterson, Aidan Chambers, Marcus Sedgwick, Malorie Blackman, David Almond, Melina Marchetta, Margo Lanagan!!!)  abbiamo gli autori con i personaggi stereotipati, idealizzati, romanticizzati, in cui qualunque teenager può riconoscersi, vuole riconoscersi: Gayle Forman è per me è la rappresentante ottima di questo modello. In Resta anche domani (If I stay, Dutton, 2009, da noi pubblicato per Mondadori) decide di raccontare questa storia strappalacrime della ragazza che ha tutto ma che in un solo colpo perde tutta la famiglia in un incidente stradale in cui lei stessa è coinvolta: dal coma, con accanto il fidanzato che la ama, rivisita la sua vita e deve decidere alla fine se continuare a vivere o morire. Eh beh, gran dilemma.

Copertina di If I Stay di Gayle Forman

Ma Resta anche domani è stato un libro molto popolare, ha venduto molto e ne è stato tratto anche un film un po’ sfigato con Chloë Grace Moretz (R.J. Cutler, 2014).

“Teens wanted things that were real, that they connected with,” Levithan said. “It doesn’t have to reflect reality directly. They love ‘The Hunger Games’ not because it’s real in that it happens, but the emotions there are real, and it’s very relatable.”

fonte

David Levithan conosce i lettori; li conosce come editor di romanzi per ragazzi e li conosce come autore. Ha ragione da vendere, e si perde solo su un punto: non sono solo gli adolescenti a volere questo tipo di lettura. Le statistiche confermano che sono molti gli adulti che preferiscono leggere la YA, e se The Hunger Games — che Levithan cita — rimane un modello di letteratura YA riuscita, nella sua ricerca della decostruzione del personaggio dell’eroina di un romanzo per ragazzi, e se pure oggi abbiamo The Hate U Give, rimane il fatto che per il resto per lo più si leggono le Gayle Forman.

Cecilia: Visto che abbiamo sviscerato la parte narrativa del romanzo, passiamo allo stile di Sally Rooney: cosa ne hai pensato? Rooney ha un fraseggio molto chiaro e non usa spesso termini ricercati o regionali (è stato notato come il suo inglese sia poco segnato dalla sua provenienza geografica, che invece è più sensibile nel romanzo di Tana French che citavo prima, per esempio), fattori che contribuiscono a una piacevole fluidità anche per il lettore non madrelingua; allo stesso tempo, è uno stile abbastanza ordinario, piano senza essere elegante e poco riconoscibile. Mi ha colpito una certa mancanza di vivacità espressiva nella sua scrittura, trattandosi di una persona sotto i trenta.

Livia: è sicuramente uno stile molto piano e molto leggibile. In realtà non ne ho pensato molto, che possibilmente è il complimento migliore che possa farle: se c’è una cosa che odio, è sentire quanto “scritto” è un testo, e con Normal People non mi sono mai fermata per pensarlo: tutto è molto diretto, alla portata, e studiato perché suoni come tale. Alcuni dialoghi talvolta sono artificiosi, e ha dei momenti in cui sicuramente cede a quello che Stephen Sondheim definirebbe l’essere “clever anziché smart“, ma sono limiti superabili. Penso che con il lavoro che fa sul testo possa diventare molto forte nella delivery di fiction di grande accessibilità e godibilità; il rischio è che diventi tuttavia anche noiosa.

Una delle cose che mi hanno bloccato di più nella seconda metà del libro è stato il suo ritmo: i salti temporali sono stata una scelta sicuramente dettata dalla mancanza di altre soluzioni fattibili, ma sono fatti con poca cura, o meglio, con poca coerenza: anziché cercare di ricostruire effettivamente una narrazione mettendo insieme solo una sequenza definita di attimi nel tempo, ogni capitolo parte dal presente e poi va indietro a spiegare cosa altro è successo nel durante tramite dei flashback; nell’insieme i continui salti temporali interni ai capitoli possono far perdere il punto e anche l’interesse, se il lettore neanche ha gusto della lettura. Sally Rooney non è una virtuosa della lingua, cosa che uno potrebbe dire, invece, di altri autori suoi coetanei altrettanto precoci e ugualmente interessati a come la nostra generazione si confronta con alienazione, isolamento e distrazione costante mentre prende coscienza dei processi attuati da capitalismo e globalizzazione e dal senso di colpa che ne deriva. Mi viene da pensare a Ned Beauman, ma il paragone sarebbe ingiusto: oltre che uomo, è anche figlio di intellettuali londinesi (sua madre è la fondatrice di Persephone Books), insomma la rappresentazione vivente di un principe del privilegio, soprattutto rispetto a Sally Rooney, con la sua educazione nella classe media e la forza di farsi strada al Trinity College senza agganci (questa è la narrazione che ne viene fatta). Situazioni diverse, e vogliamo dire che questo forse ha influito sulla sua scrittura, che visti anche i precedenti col dibattito, è sicuramente più tecnica e più pratica? E molto più vicina, proprio come spiegavo, a tutte quelle autrici di romanzi YA che proprio della capacità tecnica della produzione di romanzi lineari e vendibili fanno il loro mezzo di sostentamento.

E vista la puzza sotto il naso che gira per le storie che piacciono alle ragazze adolescenti (Dear Stephenie Meyer, Lindsay Ellis, 2018), Andrew Wylie, agente di Rooney e gran furbone, cosciente di tutto, ha giocato molto bene le sue carte.

La critica Lindsay Ellis rivisita il vetriolo che ha accompagnato il successo del romanzo YA Twilight di Stephenie Meyer

Se possiamo dare qualcosa di più a un libro consolatorio e non problematizzato, infatti, cosa aggiungere se non la figura di una autrice giovane e carina che scrive un sacco di sesso tra persone giovani e carine, e che viene portata in giro presentata come una “lifelong marxist” che fa le invettive su WB Yeats perché fascista, manco fosse una Shirley Temple che prova a interpretare Adelaide Ristori? Mi sembra che del brand di Rooney, in effetti, non abbiamo ancora parlato.

Cecilia: Di certo, quando si tratta di esordienti così giovani, anche il contesto familiare conta. Ma mi sembra anche giusto sottolineare che è possibile sviluppare uno stile personale raffinato e vivido anche con ascendenze più plebee (Quasimodo, Duras, Dickens e altri). Diciamo che, per quanto mi riguarda, le ragioni del perdurante battage pubblicitario si sono chiarite quando ho scoperto che il suo agente è letteralmente l’agente letterario più potente del mercato anglofono, mercato che ha sempre bisogno di giovani autrici che vengono bene in foto: un paio d’anni fa c’erano Catherine Lacey ed Emma Cline. Non che l’editoria italiana, almeno dagli anni Ottanta, non conosca il fenomeno del Giovane Scrittore (basti pensare, nel decennio scorso, a Paolo Giordano e Silvia Avallone), ma è interessante come nel mercato anglofono si tratti sempre di nomi femminili. Poi è piuttosto evidente come ci sia stato un certo lavoro per “brandizzare” Sally Rooney prendendo quello che già c’era — giovane, discrete capacità, interessi o argomenti o stile che l’establishment percepisce come “da millennial”, laurea in un’università prestigiosa, marxismo dichiarato — e rendendolo più luccicante. Così una persona nata nel 1991 diventa “a lifelong marxist”, definizione che forse si può accettare giusto per qualcuno che abbia almeno il doppio dei suoi anni e le cui idee politiche siano magari state messe alla prova da qualche istituzione o almeno da un’intervista seria, e una scrittrice al secondo, non eccelso, romanzo viene chiamata “the first great millennial author”, perché è il momento che i pigri millennial inizino a comprare narrativa letteraria e non solo letteratura di consumo.

Bambola di carta di Shirley Temple (Billund Museum, CC BY)

Livia: Nel mercato anglofono c’è la fissa dei nomi femminili e giovani al momento. Ci sono stati altri trend letterari, ci sono altri trend letterari in corso (vedi per esempio negli ultimi due anni il racconto personale e familiare dell’integrazione nella società americana di autrici di origini asiatica). Questo delle giovani autrici bianche e middle-class per me è uno dei più tossici: non amplia l’offerta letteraria — cosa che invece si potrebbe dire del trend delle traduzioni dall’italiano avvenute post Ferrante fever — semplicemente brucia una serie di giovani aspiranti autrici inquadrandole in una produzione di storie dalla dimensione minuscola perché priva ancora di lavoro ed esperienza, resa ancora più minuscola dal modo in cui queste autrici vengono presentate al pubblico. Sai che finito Normal People mi sono messa a leggere il profilo di Sally Rooney sul New Yorker, e se dal romanzo uscivo colpita un po’ in negativo, di nuovo più per il modo in cui veniva presentato che per il testo in sé, a leggere l’articolo mi è sembrato di implodere dalla rabbia: che lo facciano con onestà o con intento parodico, comunque la portano in palmo di mano e la trattano come se fosse una bambina di cinque anni che si è messa il rossetto e l’abito della mamma; mentre lei si espone, nella sua ingenuità, nelle sue invettive polemiche, nel racconto di aneddoti inessenziali, chi la ospita non commenta, non fa contraddittorio, lascia che faccia il suo spettacolo e la accompagna al massimo battendo le mani. Le sue opinioni non sono importanti per quello che contengono — spesso dice cose sicuramente condivisibili, ma spesso anche incredibilmente ingenue —, ma perché le esprime una ragazza così giovane e con “fegato da vendere”; d’altra parte, gli autori che fanno discorsi complessi su temi sociali e politici in quella zona lì non mancano (si pensi a Ali Smith, A.L. Kennedy, ma anche a Philip Pullman). Suppongo che i lettori più giovani e ingenui si rivedranno in lei, penseranno che è molto arguta e raffinata e “proprio come loro”; i lettori più maturi penseranno “ah quindi è così la nuova generazione, ma che cucciola”. Chi è fuori però, atterrisce di fronte alla disonestà intellettuale dei giornalisti, che non filtrano (o filtrano appositamente) Rooney proprio per ottenere questo effetto di combattiva tenerezza, che decidono di esporla proprio perché è così sfruttabile da un punto di vista mediatico.

E Sally Rooney è cosciente di quanto sia la sua figura che i suoi romanzi sono mercificati. Lo dice nell’intervista su Louisiana Channel, è riportato anche nel profilo del New Yorker:

She eventually quit debating, finding it “vaguely immoral.” She’s not much more convinced about the social value of the novelist. “There is a part of me that will never be happy knowing that I am just writing entertainment, making decorative aesthetic objects at a time of historical crisis,” she told the Irish Independent.

[…]

I said that I thought her books meant a lot to readers, who would understand them better by hearing what she had to say. I brought up something that she had written on Twitter, before she temporarily shut down her account: “novelists are given too much cultural prominence. I know you could point out they’re really not given a lot of prominence but . . . it’s still too much.” I didn’t necessarily agree, I said. I rambled a little.

fonte: The New Yorker

In questo senso, il trionfo del sistema: per qualche ragione lei ha comunque deciso di sottoporsi a decine, centinaia di interviste di questo tipo, di farsi fare decine di foto col suo look normie e l’aria pensosa, anche se sa che c’è qualcosa che non torna. È come assistere a un film horror. È come essere parte di una fiaba cruenta: un vassoio portato a tavola, si alza la cloche, ecco un tortino fatto col cuore di mia sorella. Me lo mangio? Me lo mangio? Che dite, me lo mangio? E mentre me lo chiedo, intorno a me gli altri ridono e bevono e il loro tortino se lo sono già finito da un pezzo, si sono pure congratulati con lo chef. Non giudico lei, non so perché ha deciso di farlo: non vede il problema? È una necessità? È una facciata? Non mi interessa. Ma voi che assistete a questo spettacolo e battete le mani: vi prego, no.

E no, non intendevo certo dire che autori provenienti da background meno privilegiati non possano a loro volta sviluppare uno stile personale raffinato, ma sostengo che per Rooney — come per molte autrici YA, come per molte giovani autrici di grido della literary fiction oggi — non era la scelta più “sensible”, la scelta più ragionevole, più pratica. E forse questo è il punto del romanzo di Rooney in generale, la sua visione: non è importante riconoscere le cose, approfondirle, sviscerarle; ogni momento di lucidità deve essere infine annientato dalla scelta più ragionevole. Per questo non c’è commento alla scelta ipocrita di Connell di entrare in quel mondo che tanto chiaramente aveva visto, solo l’altra faccia di un sistema distorto; come dici tu il finale non apre a una lettura satirica dell’opera, né a una lettura tragica o orrorifica come vorrei sostenere io (Marianne, frutto malato del capitalismo, porta Connell, sano individuo della classe lavoratrice, sulla strada della borghesia, lo avvelena e si nutre di lui come un vampiro); il finale deve essere preso per quello che è, una scelta ragionevole in un mondo che va come va, non importa, a cui si abbina il contentino dell’amore che vince su tutto, riconcilia la distanza tra classi come la salute mentale delle persone e le cattive azioni passate. Ah, e: “poiché ti ho conosciuto, sono cambiata per sempre,” per riassumere il contenuto del romanzo con un celebre verso dal finale del musical Wicked.

Nel musical Wicked (Stephen Schwartz, 2003) le protagoniste si lasciano coscienti che forse non si rivedranno mai più in questa vita, riconoscendo tuttavia che la loro crescita personale è stata trasformata in modo irreversibile dalla loro relazione; un tema che Sally Rooney dichiara essere forse centrale nel suo lavoro (intervista Louisiana)

Tutto va bene. Appunto, un libro in essenza consolatorio — con quel pizzico di dolceamaro tanto da distanziarlo dal romance puro — e se non so quanto questo parli di marxismo, posso però sicuramente dire che in un certo senso rappresenta veramente la nostra generazione, di come abbiamo alla portata tutto eppure ci accontentiamo, facciamo le scelte ragionevoli, tiriamo dritto per la nostra strada e prendiamo quello che viene pur di non confrontarci con l’orrore del passato, e l’orrore del presente. (Mi viene da pensare a una vecchia analisi sul blog di recensioni di Charles Payseur sulla narrativa breve SFF dei millennial.) Pensi che questa lettura possa essere supportata in qualche modo? Che la chiamata di Rooney sia effettivamente una chiamata alla serena, acritica rassegnazione, coscientemente? Per quello che mi riguarda non so, sono confusa ormai, ma devo dire che come idea di letteratura non riesco a pensare a qualcosa di più deprimente.

Cecilia: “Abbiamo alla portata tutto eppure ci accontentiamo, facciamo le scelte ragionevoli, tiriamo dritto per la nostra strada e prendiamo quello che viene pur di non confrontarci con l’orrore del passato, e l’orrore del presente” è una lettura che accetto come tua deduzione dal romanzo, anche se non sono sicura che sia la visione dell’autrice. Nella mia percezione, Rooney non invita a rassegnarsi, piuttosto ha scelto il ruolo tipico degli scrittori, quello dell’osservatore. Purtroppo il suo sguardo già molto circoscritto è sorretto da mezzi troppo fiacchi.

Livia: E con questo possiamo dire che la nostra discussione su Normal People, per ora, si ferma. Grazie ancora, Cecilia, per esserti prestata a questo scambio. Confido che il prossimo libro di cui parleremo sarà più confacente per entrambe*.

(*) E che non mi porterà a proporre teorie come “Questo in realtà è un romanzo sui vampiri”, o “L’autore in realtà sta cercando di scrivere un remake serio di The Producers di Mel Brooks”, come già è successo in passato. Al solito, Cecilia, chiedo perdono.

BONUS

Will Self e le autrici

Ricercando disperatamente una particolare intervista a Sally Rooney in cui spiegava il modo in cui scriveva pensando alle classi sociali (senza successo), sono incappata nella polemica di Will Self sull’autrice, il quale dice senza tanti mezzi termini che

“It’s very simple stuff with no literary ambition that I can see,” he said. “I don’t mean to be overly critical but in terms of literary history, it does seem a bit of a regression. […] What’s now regarded as serious literature would, 10 or 20 years ago, have been regarded as young-adult fiction.”

fonte: The Times

Linko il commento del blog di Melville House perché l’intervista con Will Self è dietro paywall, e anche perché Melville House — che in genere tende a provocare — in realtà qui fa un discorso abbastanza moderato e sensato. L’articolo di risposta di Rupert Hawksley pure, tolto il ritorno del paragone con Lolita che mi sembra ormai fuori tempo massimo, è una lettura interessante. (Anche se, appunto: pure qui bisognerebbe valutare tutta una serie di questioni intorno al privilegio; il fatto che abbiamo un tasso di literacy più alto oggi non significa che tutti abbiano la stessa possibilità di accesso a letteratura più complessa.)  

Articoli che parlano o citano Normal People su The Guardian e pubblicazioni affiliate nei giorni dell’uscita inglese (29 agosto 2018)

Questa è una delle poche critiche trovate su Sally Rooney, velocemente rivisitata come “il vecchio trombone che non vende più che dà contro una giovane donna che invece vende” e seppellita da milioni di altri articoli di promozione; quando ne escono tre insieme sullo stesso giornale nella stessa settimana per lanciare Normal People, è chiaro che si fa subito a superare questo incidente.

Ecco, da qui brevemente due cose:

Provaci ancora, Will Self
  1. Non conosco l’opera letteraria di Will Self; so che è un autore sperimentale che ora prova a vendere macarons con dentro delle fortune scritte da lui (?? se inizio a commentare ‘sta cosa non finisco più). Ha detto le stesse cose che ho detto io, ma con sdegno, perché appunto c’è una componente di vergogna profonda nel leggere i “romanzi per ragazzine”; lui ne ha approfittato per gridare che il re è nudo, la gente si è sentita piccata. Che vi devo dire, LOL.
  2. Mi ricorda che se io scrivo degli interventi di questo tipo perché odio il modo in cui le autrici donne giovani vengono trasformate in carne da macello per una o due stagioni e poi dimenticate (qualcuno si ricorda di Téa Obreht? Alissa Nutting? La prima esce finalmente questa estate con un nuovo libro, a occhio manco The Millions se l’è filata), qualcuno che mi segue da poco può invece intenderla con “Infatti basta con questa storia che le donne sanno scrivere, torniamo a leggere i nostri Grandi Letterati e i giovincelli uomini che provano a imitarli”. Ecco, belli, NO. Vorrei evitare accuratamente di mettere a confronto l’opera di Sally Rooney con altre scrittrici contemporanee perché ho già visto come questa è una tecnica impiegata da chi vuole sopprimere la scrittura delle donne. È ridicolo fare un paragone sul modo in cui scrive Helen Oyeyemi — come molti sanno una mia preferita, anche lei in mano a Wylie — e come scrive Sally Rooney perché c’entrano un cavolo tra loro. Inoltre rimane un problema di gusto: se a me piacciono le scritture surreali con elementi orrorifici anziché battere Normal People con un martello fino a quando non diventa un romanzo sul vampirismo appunto faccio prima a leggermi Helen Oyeyemi, Sarah Hall, Karin Tidbeck, Kelly Link, Samanta Schweblin, Alyssa Wong; se voglio il postmoderno mi leggo Nicola Barker e AM Homes, Kathryn Davis; se voglio la prosa sperimentale, questioni di oppressione e rapporto con l’arte e la politica mi leggo Ali Smith e Jeannette Winterson, Cristina Rivera Garza e Claudia Rankine anche; se voglio il romanzo romanzo mi leggo Donna Tartt; se voglio un romanzo su rapporti di classe genere e mobilità sociale leggo Elena Ferrante; parlando delle prime viventi che mi vengono in mente, perché ovviamente se parliamo anche di quelle che ci hanno lasciato apriamo il vaso di Pandora e non finiamo più. Questo perché leggo consistentemente autrici donne a prescindere da quanto siano canonizzate (dico a chi sa citare solo Joan Didion, ne valesse della sua vita riuscire a citare almeno una donna scrittrice; anche Chimamanda Ngozi Adichie oggi è una wildcard degli stessi; poraccia), e continuerò a leggerle anche dopo Sally Rooney. Se il mio discorso vi fa rappacificare con la pressione sociale della wokeness che vi dice dovreste leggere donne!! (Mo ve lo dice? Nel 2019?) e voi non lo fate e vi sta bene così, beh, questa è una deficienza vostra e voglio farvi sapere molto chiaramente che Non Vi Supporto, You’re On Your Own, ecc. Ciauz.

BONUS 2

Una nota per i fan di Sally Rooney e un augurio per la stessa

Vi è piaciuto Normal People perché è una bella storia d’amore, oppure perché è una commedia sociale tragiromantica; perché è un romanzo sulle classi sociali; perché è un romanzo sulla depressione; perché è un romanzo sui millennial; perché finisce con l’annichilimento di Connell; perché finisce con l’annichilimento di Marianne; perché finisce bene; perché finisce in modo realistico; perché vi identificate con i protagonisti.

Spero che Cecilia e io siamo riuscite a spiegarvi non tanto perché a noi il libro non è piaciuto allo stesso modo, ma soprattutto perché ci rifiutiamo di accettare la narrazione che viene fatta intorno al libro e intorno all’autrice.

È davvero un problema di percezione, l’hype intorno a questo libro, che di suo è un romanzo accettabile, gradevole, sicuramente pieno di richiami a un mondo sospeso nel tempo, a eroi ed eroine posti davanti a confini invalicabili che poi a un certo punto crollano.

Per quello che mi riguarda, mi piacerebbe fare un passo avanti rispetto a questi confini invalicabili, l’idea che siamo intrappolati in questa cultura letteraria che non ci lascia scelta se non dire che il libro è bellissimo, è fantastico, è strepitoso, è un capolavoro. (Christian Lorentzen ha scritto un articolo veramente interessante sulla questione su Harper’s Magazine, si intitola Like This Or Die e ne consiglio la lettura come Cecilia l’ha consigliata a me a suo tempo.)

Il passaggio in cui Connell riconosce la letteratura e lo scrittore come una commodity è stato citato da tutte le recensioni e le interviste che hanno letto il tentativo di Rooney come una interpretazione seria del mondo reale.

“I am very skeptical of the way in which books are marketed as commodities like almost accessories with which people can fill their homes (…) and therefore become a sort of book person”

fonte

I ask Rooney about some cynical remarks made by Connell in her new novel about the “culture of class performance” surrounding literary events and readings, how literature might be “fetishised for its ability to take educated people on false emotional journeys so they might feel superior to the uneducated people whose emotional journeys they liked to read about”.

“I definitely share that sentiment,” Rooney says. “They have to sell books and the way that books are marketed is, basically, in order to belong to a particular educated middle class, we’ll guilt you into buying books.”

She acknowledges there are honest readers but feels books have become “a status symbol, a commodity. There’s a huge amount of snobbery about reading. My partner doesn’t really read that much. I don’t know why that would bother you if you’re a reasonable person. Surely it matters more if someone is kind, decent. There’s a kind of fetishisation of a very narrow form of intelligence defined by being very highly educated and having lots of books. I just find it all quite meaningless. It’s a way of putting other people down.”

fonte

Quando suggerisco che Normal People è uno YA pubblicato come un literary, e un lettore di Sally Rooney rimane piccato, è perché ha abbracciato proprio questa idea: che leggere certi libri, certi autori, ci dia qualcosa in più per l’immagine che costruiamo di noi stessi. Che questo contribuisca alla definizione della nostra identità e del nostro status sociale.

Bontà, quantomeno non stiamo al gioco. Se crediamo pure un poco alle parole della stessa Sally Rooney, non stiamo al gioco. Leggiamo quello che ci interessa a prescindere dal fatto che il cambio di etichetta possa rendercelo ostile.

E a Rooney auguro che anche lei trovi un modo per non stare al gioco. Che sia andare a vivere in un luogo sperduto sulla costa irlandese o in un comune umbro dove non arriva la linea telefonica, che sia non rilasciare più interviste, o vestirsi da clown al prossimo servizio fotografico. Se non hai i margini di movimento di Pynchon, se ormai ci hai messo faccia e nome, impara quantomeno a trollarli, Sally. E se ci riesci, trollali scrivendo. Se non riesci col romanzo rivoluzionario, puoi sempre e comunque scrivere davvero un libro con i vampiri (vedi Marlon James). Non c’è modo di fuggire dal sistema, di operare al di fuori delle sue logiche; almeno proviamo a non accompagnarlo battendo le mani, o offrendoci come l’attrazione di turno.

Cose da sapere se volete andare a lavorare alle Nazioni Unite (da The Finishing School di Muriel Spark)

It was well advanced into September, the last term of the College Sunrise year. All nine students were settled in again. We find, now, Nina, taking one of her casual afternoon comme il faut talks as she called them. Five students lolled around Nina in the large sitting-room: Lionel Haas, Princess Tilly, Lisa Orlando, Pallas Kapelas and Joan Archer.

‘In case you are thinking of getting a job at the United Nations,’ Nina told them, ‘I have picked up a bit of information which may be useful, even vital to you. A senior member of the UN Secretariat passed it on to me especially for you young people. First, if you, as a UN employee, are chased by an elephant stand still and wave a white handkerchief. This confuses the elephant’s legs. Second, if chased by a large python, run away in a zig-zag movement, as a python can’t coordinate its head with its tail. If you have no time to run away, sit down with your back to a tree and spread your legs. The python will hesitate, not knowing which leg to begin with. Get out your knife and cut its head off’

‘Suppose there isn’t a tree to lean against?’ Lionel said.

‘I’ve thought of that,’ said Nina, ‘but I haven’t come up with an answer.

The Finishing School di Muriel Spark (Viking, 2004)

Niente, era per dire che ci sono e leggo – anche – cose divertenti. Questo romanzo di Muriel Spark l’ho apprezzato davvero di recente, in un momento in cui pareva che l’unico modo per raccontare una storia seria fosse buttare drammi su drammi su drammi su drammi.

Ovvio, la comicità alla fine ferisce di più, ma quanto meno vale la lettura.

Sui libri che escono nel 2019

Sì, escono dei libri anche nel 2019.

In genere ogni anno tengo un elenco di cosa esce, di cosa mi interessa leggere, di cosa mi interessa tenere d’occhio. Quest’anno è cominciato un po’ sottotono, e come ho espresso anche precedentemente il mio interesse per le novità editoriali si è molto affievolito ultimamente, ma questo non significa che io non abbia appunti da condividere.

Non un elenco esaustivo in nessun caso. I miei appunti si focalizzano per lo più su uscite di narrativa mainstream e literary provenienti dal mercato anglofono, perché è quello che conosco e che frequento, e anche lì sicuramente mi sfuggono cose perché semplicemente non rientrano nel mio radar.

Soprattutto, all’inizio di quest’anno mi sento generalmente poco orientata a parlare di molte cose, quindi… niente, questa sarà una lista molto mainstream e molto personale (nei commenti). Scriverò degli aggiornamenti nel caso trovi altre cose da segnalare.

(Nota: le segnalazioni vengono tutte da informazioni che ho rimediato sull’internet o dalle newsletter delle case editrici stesse. Potrebbero esserci info non corrette. Nel momento in cui gli editori italiani pubblicheranno cataloghi trimestrali delle pubblicazioni previste, si penserà a un coverage più realistico e sensato. Inoltre avverto: link dove capitano, sempre alle pagine degli editori e simili.)

Einaudi

Einaudi rimane l’editore che più di tutti tira porta in Italia titoli “di moda”, o “chiacchierati” che dir si voglia. La cosa che mi interessa di più di questa casa editrice in ogni modo è come negli ultimi anni stia tentando di uscire dalla gabbia delle grafiche di collana (sono finiti gli anni Settanta, pare?), soprattutto nei titoli che possono avere un appeal più ampio del generico parco di lettori Supercoralli. Vedo per esempio per La sirena e Mrs Hancock (The Mermaid and Mrs. Hancock) di Imogen Hermes Gowar, romanzo storico with a gimmick sul genere La miniaturista, di quelli che piacciono tanto agli inglesi, hanno mantenuto la copertina dell’edizione originale UK, compreso il lettering (?), che è una cosa molto molto peculiare per Einaudi. E il libro sarà un Supercorallo.

Altre uscite interessanti di Einaudi per il 2019 prevedono, oltre alla già superstar assoluta Persone normali di Sally Rooney (maggio):

  • Mars room di Rachel Kushner: la Kushner ha fatto il botto nell’universo letterario anglofono qualche anno fa con I lanciafiamme (pubblicato a suo tempo da Ponte alle Grazie in un’edizione con diversi problemi). Ora passa a Einaudi con il primo romanzo post-lanciafiamme. Ambientato in una prigione femminile, il romanzo ha ricevuto un certo livello di visibilità ma non ho avvertito una ricezione straordinaria da parte dei lettori (vediamo).
  • The Incendiaries di R. O. Kwon: esordio di una giovane autrice americana di origini sud coreane. Suona come un boy meets girl misto a Dio di illusioni ed è molto breve (224pp edizione US), quindi mi aspetto che girerà molto.
  • Il libro di Joan di Lidia Yuknavitch. Giovanna d’Arco IN SPAAAAACE! Libro che ha avuto parecchia risonanza tra il 2017 (US) e il 2018 (UK) sia nel giro literary che in quello fantascientifico, dove con parecchia risonanza intendo dire che se ne è parlato molto per essere un libro che non ricade in filoni alla moda in questo momento (l’autrice non è giovane, il tempo dei postapocalittici ovunque è finito) e considerando che è questo ibrido – un romanzo di fantascienza pubblicato come mainstream -. Se ne è parlato molto bene e molto male. Lidia Yuknavitch è stata precedentemente pubblicata in Italia da Indiana (RIP?) con Dora. Un caso clinico.
  • Donne difficili di Roxane Gay. Dopo Fame. Storia del mio corpo Einaudi pubblica un altro libro di Roxane Gay, una raccolta di racconti. Finito è il tempo in cui guardavamo il giro di hype di An Untamed State incredule che questa autrice sarebbe mai arrivata in Italia, ed è già qualcosa.

Safarà editore

Safarà pubblica un sacco di cose che rientrano nei miei gusti, e di conseguenza mi sento in dovere di segnalare. L’anno scorso ha pubblicato un libro di Barbara Comyns, Chi è partito e chi è rimasto (Who Was Changed and Who Was Dead), che è al momento uno dei miei preferiti dell’autrice. Sono contenta dunque che continuino a riportare alla luce i suoi titoli con La ragazza che levita (The Vet’s Daughter), che è anche uno dei suoi più famosi, anche al di fuori del giro che legge cose di oscure autrici inglesi della seconda metà del Novecento.

Degno di nota sembra anche Autoritratto in blu di Noémi Lefebvre, finalista al Republic of Consciousness Prize l’anno scorso (traduzione dal francese). In questo momento non sono per questo tipo di libri, ma sfogliato in libreria sembrava piuttosto interessante, quindi lo terrei d’occhio.

66thand2nd

Fatemi capire, ma davvero Volodine ha avuto successo in Italia? Successo successo? Di lettori? O semplicemente Terminus Radioso ha venduto tot copie perché bellissima copertina, e intanto sta a casa sullo scaffale e lo si continua a comprare perché Volodine è IN, fa figo ecc.? In ogni caso, continua la pubblicazione dei libri passati dell’autore post-esotico (o leonoracarringtoniano come lo definisco io) con Sogni di Mevlidò.

(metto la sinossi perché quelle di Volodine sono letturine divertenti)

Copertina! 28 febbraio, 416 pagine, traduzione ancora di Anna D’Elia

Nella futuristica e soffocante metropoli di Ulang-Ulan, situata in un luogo che forse, una volta, è stato la Mongolia, vive Mevlidò, un poliziotto incaricato di dare la caccia a un gruppo di misteriosi terroristi bolscevichi. Segretamente fedele alla causa dei rivoluzionari in un mondo schiavo di una classe dirigente votata a un capitalismo estremo, Mevlidò abita nel quartiere-ghetto di Pollaio quattro, dove convive con rifugiati, tossici, nugoli di insetti, uccelli mostruosi e donne sciamano. Perseguitato dai ricordi della compagna uccisa dai bambini-soldato durante la guerra, questo antieroe si muove in bilico tra ordine e caos, ombra e luce, ma soprattutto tra sogno e realtà, annegando progressivamente in una lenta deriva psichica che lo conduce verso stati di non-vita e sub-morte. Sogni di Mevlidò è un romanzo claustrofobico, di forte impatto visionario. Senza dubbio la più «dark» tra le opere di Volodine, una narrazione intrisa di un magnifico onirismo degno di Max Ernst.


Volodine a parte, è interessante sapere che pubblicheranno anche Barracoon, un recupero dell’anno scorso di Zora Neale Hurston. In Italia Zora Neale Hurston non è particolarmente conosciuta e il suo capolavoro (comunque un titolo fondamentale della letteratura americana), Their Eyes Were Watching God, al momento non mi sembra reperibile (ultima edizione Cargo, del 2009, fuori catalogo?). Sembra curioso quindi che si pensi a recuperare un lavoro come Barracoon. Se da questo può rinascere interesse per l’autrice, tuttavia, ben venga. (Non mi sembra tuttavia che la letteratura nera americana abbia avuto il successo sperato anche in questi ultimi tentativi, si veda Ishmael Reed per minimum fax, James Baldwin per Fandango, Colson Whitehead per SUR dopo minimum fax, Jesmyn Ward – quest’anno in uscita col pluripremiato Sing, Unburied, Sing – per NN Editore. Forse un po’ di eco per questi ultimi dato il successo internazionale…? Ma comunque vanno di più le narrazioni sull’idillica America contadina del Midwest or something).

A parte questo, 66thand2nd continua con la pubblicazione dei libri di Claudia Rankine: dopo Citizen pare pubblicheranno anche Non lasciarmi sola (Don’t Let Me Be Lonely: An American Lyric), un altro testo sperimentale che lavora sia con le parole che con le immagini, tra essay e poesia. (Ho letto Citizen un po’ di tempo fa in originale, sarei curiosa di fare l’esperienza in italiano – visto che appunto è una lettura tanto immediata per certi aspetti quanto impegnativa, anche da un punto di vista linguistico, per altri – .)

minimum fax

minimum fax continua con la pubblicazione dei libri di Mark Fisher con Spettri della mia vita (bene), continua con la pubblicazione di William T. Vollman con Storia di farfalle (ok), ma soprattutto continua con il rinnovato impegno nella pubblicazione dei classici moderni della letteratura americana: dopo Avviso ai naviganti di Annie Proulx, La bastarda della Carolina di Dorothy Allison e La figlia dell’ottimista di Eudora Welty, dovrebbe rivedere le stampe anche una nuova edizione de Il gruppo di Mary McCarthy (precedentemente pubblicato da Einaudi) e anche un altro libro di Dorothy Allison (Due o tre cose che so di sicuro, memoir).

SUR

SUR continua la ripubblicazione dell’opera di Manuel Puig con The Buenos Aires Affair (io ce l’ho nella vecchia edizione Sellerio), ma la vera notizia è che quest’anno SUR pubblica una donna nella sua collana sulla letteratura latino americana, per la terza volta dalla fondazione della casa editrice (2011). L’autrice è Vera Giaconi, Uruguay, e il libro – una raccolta di racconti – si intitola Persone care. (Magari riusciamo a fare anche due anni di seguito? Le autrici latino americane non mancano!)

Fanucci

Fanucci ha almeno tre libri interessanti in uscita, qualità delle traduzioni permettendo (qualcuno ha notizie aggiornate in merito?). Tutti libri di genere fantasy e fantascientifico di uscita recente: Il destino della legione (The Stars Are Legion) di Kameron Hurley – sf di tipo space opera con risvolti molto tosti, primo per la Hurley, già acclamata negli US, in Italia; per altre info vi rimando alla recensione di Gardy -, Luna Rossa (Red Moon) di Kim Stanley Robinson, un altro dei suoi libri sulla colonizzazione dello spazio da parte dell’uomo (KSR è un autore estremamente raffinato che scrive romanzi un po’ strani per costruzione, ci tengo che sia ben tradotto, e lo consiglio), e L’orso e l’usignolo di Katherine Arden, un fantasy molto quotato, a metà YA e metà per adulti, sempre di stampo fiabesco-folcloristico alla Uprooted (Cuore Oscuro) di Naomi Novik.

Edizioni E/O

Ci date il terzo de L’Attraversaspecchi di Christelle Dabos, per favore? (Lo so che è appena uscito il secondo, ma io poi dimentico tutto, ho bisogno dei riassunti! Uscitelo.)

Sellerio

Il futuro è storia di Masha Gessen (7 febbraio, traduzione di Andrea Grechi, 706 pagine) è un voluminoso reportage sul percorso di quattro persone nate alla fine dell’Unione Sovietica e che invece si sono trovate a vivere in quello che la Russia è ora. Il libro ha vinto il National Book Award del 2017.

Bompiani

Dimenticavo che uscirà la traduzione (si spera dal polacco) del libro di Olga Tokarczuk che ha vinto il Man Booker Internazional Prize l’anno scorso, Flights. La traduzione avrà come titolo I vagabondi e dovrebbe uscire a marzo: una meditazione sul viaggio nel ventunesimo secolo e sull’anatomia umana. Olga Tokarczuk è una delle maggiori autrici polacche e si parla sempre di lei ormai quando si parla di Nobel futuri e da quello che ho visto finora scrive sempre cose fuori dall’ordinario. Questa non sembra una lettura svagata ma sicuramente sembra molto appagante dal punto di vista letterario.

Oscar Vault (Mondadori)

La vera news dell’anno è che pare che Mondadori voglia rientrare seriamente nei giochi per quanto riguarda la pubblicazione di fantascienza e fantasy con la collana Oscar Vault. Ne parla sempre Gardy su MondoFox, ma riassumo anche qui il fondamentale (cioè quello che interessa a me): oltre alla trilogia di novelle sf di Nnedi Okorafor, Binti, e alla ripubblicazione della trilogia di Imperial Radch di Ann Leckie (Ancillary Justice ecc., ancora space opera), vedremo anche almeno il primo volume della trilogia di N.K. Jemisin The Broken Earth (La Terra Infranta da noi), La quinta stagione. Dopo l’arrivo silenzioso della trilogia di Cixin Liu (di cui ho già parlato brevemente), anche se tradotta dall’inglese anziché dall’originale, mi sembra davvero un buon nuovo inizio per la lettura del genere in Italia. Pubblicazioni recenti, gli ultimi premi Hugo e Nebula, tradotti in italiano! Incredibile.

Teniamo le dita incrociate. E se normalmente non leggete il genere, e siete un po’ curiosi, io vi dico: Il problema dei tre corpi di Cixin Liu. Al momento si trova solo in ebook, ma stateci, non ve ne pentirete.

Al di fuori di questi confini…

Non sono molto preparata, neanche sui miei autori preferiti. Ho scoperto via Eustachio che sarebbe uscito un nuovo romanzo di Helen Oyeyemi, diamine! (Si chiama Gingerbread, e avrà qualcosa a che fare con Hansel e Gretel, o forse no. La gioia!)

A parte questo, devo dire che non aspetto molto. Sì, sono curiosa sul fantasy di Marlon James, ma fino a un certo punto. (Non amo molto il fantasy.)

Al momento posso dirvi che aspetto con pazienza l’uscita del nuovo romanzo di Kathryn Davis per Graywolf, The Silk Road. Ma prima di quello, in senso di importanza, in realtà più che una nuova uscita aspetto una ripubblicazione, sempre Kathryn Davis, sempre Graywolf: ripubblicano Labrador, il suo primo romanzo (1996). Lo voglio leggere da tempo e visto che fino a ora non l’ho recuperato usato tanto vale aspettare questa nuova edizione fiammante. Kathryn Davis è una di quelle romanziere sperimentali che scrivono storie nelle storie che si sovrappongono ad altre storie e ci può essere la storia di come un dolce francese parla di una credenza medievale come quella di un mago eterno e invincibile in un mondo di macchine volanti. (Il mio genere di storie, insomma.)

Ci vuole una buona dose di coraggio e di concentrazione, ma in qualche modo vale la pena, anche solo per il senso del wtf.

E basta. Ci rivediamo più avanti con i miei libri provenienti direttamente dal 2014 e dal 2004, il futuro.